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Il primo post

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Post: dal più vecchio al più recente.





 

 










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Se un Dio avesse creato
questo mondo,
 io non vorrei essere Dio,
perché il dolore del mondo
mi strazierebbe l'animo.

Arthur Schopenhauer =============

“chi non è con me è contro di me” (Mt 12, 30) ===============
" La schiavitù in quanto tale,considerata nella sua natura fondamentale, non è del tutto contraria alla legge naturale e divina ; Possono esserci molti giusti diritti alla schiavitù e sia i teologi che i commentatori dei canoni sacri vi hanno fatto riferimento ......Non è contrario alla legge naturale e divina che uno schiavo possa essere venduto, acquistato , scambiato o regalato." Pio IX (Instruzioni , 20 giugno 1866). J.F. MAXWELL, Doctrine Concerning Slavery [La dottrina relativa alla schiavitù "], World Jurist 11 (1969-1970), pp. 306-307.
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DIARI
Trasloco in corso.
25 novembre 2007
Mi sono trasferito QUI

Aggiornare il link, per favore.   :)



permalink | inviato da ILLAICISTA il 25/11/2007 alle 16:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (11) | Versione per la stampa
POLITICA
Un Tg da Min.Cul.Pop.
18 novembre 2007

Una volta si sarebbe usata una formula più prudente e più aderente alla realtà: “Scoperta la tomba di Erode il Grande, il quale, secondo il Vangelo di Matteo, dopo la nascita di Gesù Cristo, [...] [venendo] a sapere che era nato a Betlemme il "re dei Giudei" [e] temendo una minaccia al proprio regno, avrebbe [...] ordinato di uccidere tutti i bambini di Betlemme fino a due anni di età. Questo episodio è chiamato nella tradizione cristiana la strage degli innocenti; al di fuori del testo di Matteo non ne esiste nessuna documentazione storica"


Invece secondo il Tg2 di questa sera...


Prosegue da Sgembo


P.S.:

Da oggi comincia la mia collaborazione con  Sgembo, al quale devo un ringraziamento per avermi dato la possibilità di pubblicare i miei post sul suo blog.




ECONOMIA
Il mercato e l'eguaglianza.
14 novembre 2007
Da www.radicali.it

Il mercato e l'eguaglianza.

da Corriere della Sera del 13 novembre 2007, pag. 1

di Pietro Ichino

In molti dibattiti sento rinnovare la domanda posta da Piero Ostellino a Michele Salvati, Francesco Giavazzi, Nicola Rossi e a me sul Corriere del 18 ottobre: «Come può la sinistra sopravvivere alla propria conversione al liberalismo?». Rispondo con una domanda a mia volta: «Come può il liberalismo affermarsi oggi se non è la sinistra a farsene portatrice? ». Una società moderna deve garantire sicurezza a tutti; non sopporta disuguaglianze eccessive nel benessere delle persone. Possiamo dunque permetterci il libero mercato soltanto se siamo capaci di combinarlo con sicurezza e sostegno ai più deboli. E questo è il mestiere tipico della sinistra.

 

Una sinistra che si proponga essenzialmente l'equa ripartizione delle risorse e delle opportunità, garantendola a individui liberi di scegliere, non può fare a meno della tecnica raffinata di governo dell'economia che consiste nel costruire un mercato libero e ben funzionante, eliminandone distorsioni e asimmetrie: finora non è stata inventata alcuna tecnica migliore di questa. Dove non opera un vero mercato concorrenziale, le ingiustizie sono, mediamente, molto più diffuse e più gravi: «Il mercato — ha scritto il grande economista liberal Arthur M. Okun — ha più spesso subito delle limitazioni per salvaguardare il potere e i privilegi per i pochi che per garantire eguali diritti per i molti» (Equality and efficiency, 1975).

Il mercato concorrenziale, però, ha un «difetto politico»: esso (non crea, ma) evidenzia con grande precisione le differenze di capacità tra gli individui. E queste, nel passaggio dalla società industriale a quella post-industriale, stanno fortemente aumentando. Poiché la civiltà di un Paese si misura da come stanno i suoi cittadini più poveri, ci è politicamente difficile abbandonare le vecchie tecniche di garanzia autoritativa delle pari opportunità, che generano in realtà posizioni di rendita da un lato, esclusioni dall'altro, ma danno una confortante illusione di uguaglianza tra i cittadini. Abbandonare quelle tecniche si può soltanto mostrando di saper garantire in modo più efficace il sostegno ai «perdenti », la loro inclusione nel grande gioco a somma positiva.

 

Proviamo ad applicare questa idea nella materia caldissima del lavoro. Oggi, assai più di ieri, di lavoro da fare ce n'è per tutti: ciò che genera la falsa percezione di una «scarsità del lavoro» è il malfunzionamento del mercato, causato anche da un eccesso di vincoli, posti nel tentativo (fallito) di garantire a tutti degli standard minimi di trattamento. Anche nel mercato del lavoro la vera libera concorrenza non si dà «in natura», ha bisogno di regole; ma non della giungla di regole che oggi lo rendono vischioso e inaccessibile. In un mercato che consentisse un incontro più libero fra domanda e offerta — nel rispetto dei diritti civili fondamentali — sarebbe spazzata via l'attuale ingiusta divisione fra chi sta dentro e chi è escluso dalla cittadella fortificata del lavoro regolare; e sarebbero i lavoratori stessi a poter licenziare gli imprenditori peggiori e scegliere i migliori. Ma in quel mercato la riduzione dei vincoli aumenterebbe le differenze di trattamento fra i lavoratori regolari, evidenziando le disuguaglianze di capacità tra gli individui assai più di quanto accada oggi.

 

I più bravi o fortunati guadagnerebbero di più; se ne avvantaggerebbe anche la fascia mediana; e gli ultimi della fila non rischierebbero l'esclusione; ma questi rischierebbero un salario insufficiente.

 

Una vera liberalizzazione del mercato del lavoro — con tutti i vantaggi che essa porta con sé in termini di mobilità sociale, pari opportunità e valorizzazione del merito — è dunque politicamente pensabile soltanto in un sistema capace di dare un sostegno forte ai più deboli.

 

Un sistema di questo genere è, per esempio, quello che governa il mercato del lavoro in Danimarca: grande libertà nei rapporti contrattuali fra imprese e lavoratori, compresa la libertà di licenziamento per motivi economici, ma al tempo stesso grande capacità del sistema di prendere per mano chi perde il posto, garantendogli continuità del reddito combinata con servizi efficienti di informazione e orientamento, formazione mirata alle possibilità di lavoro effettive, assistenza alla mobilità. Tutto questo è opera di una sinistra politica: appartiene alla tradizione della grande social-democrazia scandinava.

 

Oggi probabilmente neppure questo basta più: occorre saper fare fronte a disuguaglianze molto più marcate di quelle tipiche della vecchia fabbrica fordista. Qui le nuove frontiere della «costruzione dell'uguaglianza» sono quelle del reddito garantito per tutti i cittadini fino a quindici anni e del potenziamento della scuola, per combattere la disparità delle dotazioni fin dal suo nascere; quella della contribuzione previdenziale a carico dell'erario per i «bassi servizi», i bad jobs; quella dell'esenzione fiscale totale per i redditi di lavoro bassi. Tutti temi tipicamente propri dell'agenda di una sinistra moderna.

Questo non significa che solo la sinistra possa liberalizzare il mercato del lavoro.
Significa che anche la destra, se vuole farlo davvero, deve imparare a fare almeno un po' il mestiere proprio della sinistra.

***

"e sarebbero i lavoratori stessi a poter licenziare gli imprenditori peggiori e scegliere i migliori."
Questa è sempre stata la mia impressione: in un mercato libero il lavoratore ha maggiori opportunità di scelta, anche perché trovando più facilmente accesso al credito, avrebbe maggiori possibilità di divenire egli stesso imprenditore.
Infatti, quando l'accesso al finanziamento non è troppo difficile, il patrimonio di famiglia e le relazioni sociali, contano meno. Finiscono per valere di più le idee, le capacità individuali e il duro lavoro.
In un contesto di questo tipo, il lavoratore è più forte perché è un potenziale concorrente del datore di lavoro.

E questo una sinistra vera, dovrebbe capirlo.

P.S.:
Vi ricordate quel che disse B. durante l'ultima campagna elettorale?
DIARI
Le distrazioni della provvidenza.
10 novembre 2007

Alla fine te ne sei andato.

Dopo qualche ora passata in quella culla di plastica, sei tornato “alla casa del Signore”.

Senza il tempo di uno sguardo, di una carezza o di un sorriso è tramontata la tua vita, prima di albeggiare. Come uno schiaffo, un insulto o una promessa non mantenuta, un giuramento tradito, un amore infranto.


Quel che non è stato concesso a te, a molti altri è stato donato.

L'odio, il genocidio, il massacro, l'orrore e il terrore, non muoiono in culla.

Fa strano pensare che Hitler e Stalin furono neonati come te, ma vissero la loro vita tutta intera.


Qualcuno di bianco vestito, trema per la sorte di invisibili e impercettibili inizi di vita; più realista del Re, come un servo sciocco e troppo zelante, vieta quel che il suo Dio permette. Che siano embrioni, ebrei o neonati.


Dormi piccolino, dormi. Dormi il tuo sonno infinito, poiché molto male ti è stato risparmiato.

Che la terra ti sia lieve.



***

Mi rendo conto solo ora che il post potrebbe portare ad equivoci, è bene quindi precisare che il triste evento non mi riguarda personalmente.

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permalink | inviato da ILLAICISTA il 10/11/2007 alle 0:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (16) | Versione per la stampa
POLITICA
Siate tutti santi!!
2 novembre 2007
Da www.asia news.it.

Papa: Tutti gli uomini devono diventare santi.


"Città del Vaticano (AsiaNews) – La santità non è “un privilegio” riservato “a pochi eletti”; “diventare santo è il compito di ogni cristiano, anzi, potremmo dire, di ogni uomo!”.

“In ultima analisi – ha spiegato il pontefice – [la santità] consiste nel vivere da figli di Dio, in quella "somiglianza" con Lui secondo la quale sono stati creati”.


Sarà pure Santa...

"Ero di natura così delicata che la più piccola sporcizia mi rivoltava lo stomaco. Gesù mi rimproverò così energicamente per questa mia debolezza che io reagii contro di essa con tanta decisione che un giorno pulii con la mia lingua il pavimento sporco del vomito di una malata. Egli mi fece provare tanta delizia in questa azione che avrei voluto avere l’occasione per farlo tutti i giorni."

"Una volta che avevo dimostrato una certa ritrosia nel servire una malata di dissenteria, Gesù mi rimproverò così severamente che, per riparare, mi riempii la bocca dei suoi escrementi; li avrei ingurgitati se la Regola non avesse proibito di mangiare fuori dei pasti."
(Santa Margherita Maria Alacoque)



...ma certo, fa anche un po' schifo, per usare un eufemismo.

Il Santo Padre mi perdonerà, se un irrefrenabile impulso, mi costringe a rispedire l'invito al mittente.


POLITICA
Leggere
1 novembre 2007
    << I libri sono per loro natura strumenti democratici e critici: sono molti, spesso si contraddicono, consentono di scegliere e di ragionare. Anche per questo sono sempre stati avversati dal pensiero teocratico, censurati, proibiti, non di rado bruciati sul rogo insieme ai loro autori.>>
Corrado Augias, Leggere.

    <<Leggere libri non è un lusso per pochi. Il pubblico dei lettori di libri è molto ampio in tutta Europa. In Gran Bretagna e Germania coinvolge circa i tre quarti della popolazione, in Francia e Spagna intorno ai due terzi, mentre in Italia siamo costretti a cercare di capire come mai siamo riusciti a superare la soglia della metà della popolazione che ha letto almeno un libro nell’ultimo anno.>>
Da www.censis.it

Sarà per questo che in Italia abbiamo politici come la Santolini?


DIARI
Domande.
28 ottobre 2007
Di solito, quando si vuole dimostrare la necessità di porre Dio alla base del tutto, si formula la domanda: perché esiste l'essere e non il nulla?

La risposta immancabilmente è che Dio avrebbe creato l'essere dal nulla.
Risposta che, come sappiamo, sposta il problema ma non lo risolve: perché Dio e non il nulla?
E siamo daccapo.

Una domanda più interessante mi pare che invece sia: perché dovrebbe esistere il nulla invece dell'essere?
O, meglio, perché il nulla dovrebbe esistere? In quale senso il nulla può essere che sia?
Come fa il "non essere" ad essere?

Se "il non essere non è, e non è possibile che sia", porsi la domanda circa l'esistenza dell'essere parrebbe assurdo, poiché non essendoci alternativa all'essere, non può che necessariamente esistere, no?


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permalink | inviato da ILLAICISTA il 28/10/2007 alle 22:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (18) | Versione per la stampa
POLITICA
Libera Chiesa in debole Stato.
24 ottobre 2007
La Stampa del 23 ottobre 2007
Michele Ainis

Negli ultimi tempi la laicità si è trasformata in un prezzemolo buono per ogni salsa. Ma se tutti sono laici, allora questa parola non significa più nulla: tanto varrebbe sbarazzarsene. È una tentazione irresistibile, davanti alle acrobazie verbali che ci consegna l’esperienza. Nel dibattito pubblico ricorre l’appello verso una «sana» laicità pronunziato da Benedetto XVI e dai suoi predecessori; ma ricorre inoltre, e per esempio, il monito col quale un capo dello Stato (Scalfaro) definisce «sacra» la laicità delle istituzioni, che è un po’ come dichiarare ateo il Padreterno. Insomma abbiamo in circolo pontefici laici e presidenti ieratici. D’altra parte, «laos» era in origine il popolo di Dio; evidentemente stiamo riportando a nudo le radici.
In realtà queste radici hanno alimentato lo sviluppo degli Stati nazionali. Perché lo Stato nasce laico, o altrimenti non sarebbe nato. Nasce quando il potere politico divorzia da quello religioso, attraverso un processo storico che ha origine nella Lotta delle Investiture (1057-1122), trova la sua prima sistemazione teorica nella dottrina dello Stato di Thomas Hobbes, viene poi codificato dalla Costituzione francese del 1791, quando la libertà di fede sancisce la definitiva emancipazione dello Stato rispetto alla cura degli affari religiosi. Come diceva Locke, la salvezza delle anime non ricade fra i compiti dello Stato. Sicché la laicità si risolve in un’indicazione puramente negativa, che vieta alla legge di farsi contaminare da valori religiosi. Evoca il «muro» fra Stato e chiese di cui parlava Jefferson, e ripete in qualche modo il verso di Montale: «codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo».

Questa idea si specchia nell’articolo 7 della Costituzione italiana, che dichiara l’indipendenza dello Stato dalla Chiesa. Al contempo, esso riconosce la sovranità della Chiesa cattolica, e perciò la riconosce come Stato. Uno Stato enclave, ma pur sempre uno Stato, che intrattiene relazioni diplomatiche con 176 Paesi. Insomma il cattolicesimo è l’unica confessione religiosa il cui organo di governo è posto al vertice d’uno Stato sovrano. Ma dal fatto che la Santa Sede sia uno Stato derivano vincoli e divieti. A una garanzia in più (e quale garanzia!) fa da contrappeso un limite in più. Quindi se un monaco buddista o un rabbino ebreo possono ben intervenire sulle vicende legislative della Repubblica italiana, non può farlo il Vaticano. Qui, difatti, non viene in campo la libertà di religione. Non viene in campo una questione di diritto costituzionale, bensì una questione di diritto internazionale. Quando non i parroci, ma il governo stesso della Chiesa attraverso la Cei invita per esempio a disertare un referendum, è come se a pronunziare quell’invito fosse il presidente francese Sarkozy. E la reazione dovrebbe essere affidata ai nostri rappresentanti diplomatici, se vogliamo prendere sul serio l’articolo 7.

D’altronde, che accadrebbe se il premier italiano si scagliasse contro i principi che governano il diritto della Chiesa? Gli argomenti, diciamo così, non mancherebbero. Il diritto canonico non conosce la separazione dei poteri, dato che il Pontefice è al vertice del potere legislativo, esecutivo, giudiziario: una concentrazione che a suo tempo Cavour aveva definito come «il più schifoso despotismo». Non conosce il suffragio universale per la preposizione alle cariche ecclesiastiche. Non conosce la certezza del diritto, sepolta da un sistema di dispense e privilegi. Non conosce la libertà di culto, giacché qualunque offesa alla religione cattolica riveste la natura di reato. Non conosce la regola della maggiore età, dal momento che le leggi ecclesiastiche obbligano tutti i battezzati che abbiano compiuto 7 anni. Non conosce il principio d’eguaglianza fra i sessi, negando il sacerdozio femminile. Ma neppure lo riconosce all’interno del sesso maschile, dato che laici e chierici hanno una differente capacità giuridica, dato che i diritti politici restano in appannaggio ai sacerdoti, e dato infine che questi ultimi sono una casta con proprie norme, sanzioni, tribunali.
In breve, la Chiesa è retta da un ordinamento dove il potere politico coincide con quello religioso, e dove vengono smentite le più elementari regole dello Stato di diritto. Eppure da quel pulpito piovono scomuniche e indirizzi per condizionare la vita pubblica italiana. Basterà rievocare un episodio: il 16 marzo scorso Benedetto XVI ha esortato all’obiezione di coscienza in difesa della vita non solo farmacisti e medici, ma anche i giudici italiani. Sennonché i giudici - afferma la Costituzione - «sono soggetti soltanto alla legge»; l’unica obiezione di coscienza che viene loro consentita è impugnare la legge per incostituzionalità. Se potessero rifiutarsi di rendere giustizia appellandosi ai propri umori e amori personali, verrebbe scardinato non tanto lo Stato di diritto, bensì lo Stato in sé e per sé, l’ordine civile.

Tuttavia le nostre istituzioni hanno risposto, ancora una volta, col silenzio. Un silenzio complice, non soltanto perché la degenerazione d’un regime democratico in regime clericale (diceva Salvemini) avviene gradualmente, e te ne accorgi quando si è già consumata; non soltanto perché altrove i governi reagiscono con una protesta diplomatica, come ha fatto Zapatero nel 2005, dopo la scomunica ecclesiastica dei matrimoni gay; ma infine perché tale atteggiamento implica una cessione di sovranità. Peraltro in molti casi gli interventi della Santa Sede vengono sollecitati proprio da chi ci rappresenta: è accaduto in agosto, quando Prodi ha chiesto l’aiuto della Chiesa per far pagare le tasse ai cittadini, ottenendo una dichiarazione del segretario di Stato vaticano. Appelli come questo rivelano tutta la debolezza della classe politica italiana, ma il loro effetto è legittimare le istituzioni di uno Stato straniero all’esercizio d’un anomalo ruolo di supplenza sulle nostre istituzioni. Che perciò si spogliano della propria laicità, e insieme della propria sovranità.

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permalink | inviato da ILLAICISTA il 24/10/2007 alle 22:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (10) | Versione per la stampa
DIARI
Citazioni/6
24 ottobre 2007
<<La fede comincia proprio là dove il pensiero finisce.>>
                                            
                                               Soren Kierkegaard
    

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permalink | inviato da ILLAICISTA il 24/10/2007 alle 0:1 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (8) | Versione per la stampa
POLITICA
Quando la Chiesa detta legge allo Stato.
23 ottobre 2007

Lo so, pubblicare un articolo su un blog pare un po' strano, infondo lo si può trovare in rete e non c'è quindi bisogno di passare di qua per leggerlo, vero.

Però, non sempre è così.

In fondo non è che tutti leggano lo stesso quotidiano, né è detto che si trovino per caso e senza volerlo articoli così interessanti, come questo di Zagrebelky. Insomma, è più probabile che molti non lo conoscano affatto, per cui eccolo qui e buona lettura (e poi non leggere Zagrebelsky è un vero delitto).

Da non perdere, mi raccomando. :)

Da Margherita on-line, Quando la Chiesa detta legge allo Stato.

GUSTAVO ZAGREBELSKY (pubblicato da La Repubblica)
17-10-2007

«LO Stato liberale secolarizzato vive di presupposti che esso stesso non può garantire. Questo è il grande rischio che si è assunto per amore della libertà»: così il celebre dictum del costituzionalista E.W. Böckenförde, assurto a manifesto ideologico di quanti sostengono l´incapacità delle democrazie liberali di sopravvivere a se stesse e la necessità della religione come loro presupposto. Attira la nostra attenzione l´uso del verbo "potere": "presupposti che non può garantire". Sono possibili due comprensioni: non può perché non ci riesce de facto, o perché non gli è lecito de iure. Nel primo senso, la proposizione è descrittiva; nel secondo, normativa. La differenza è notevole, anche rispetto alle conseguenze. L´accento cade innanzitutto sull´impossibilità de facto e da cui deriva un fosco vaticinio. Il focus sta negli aggettivi liberale e secolarizzato. Lì si troverebbe la ragione del deficit delle forze che "tengono unito il mondo" e "creano vincolo" sociale, senza le quali lo Stato si troverebbe come appoggiato sul niente.


Ecco un crescendo di interrogativi retorici: «Di che cosa vive lo Stato e dove trova la forza che lo regge e gli garantisce omogeneità, dopo che la forza vincolante proveniente dalle religione non è e non può più essere essenziale per lui? È possibile fondare e conservare l´eticità in maniera tutta terrena, secolare? Fondare lo Stato su una "morale naturale"? E se ciò non fosse possibile, lo Stato potrebbe vivere sulla sola base della soddisfazione delle aspettative eudemonistiche dei suoi cittadini?». L´accenno alle "aspettative eudemonistiche", cioè alle aspettative di "bella vita", getta una luce particolare sul significato catastrofistico di queste domande.Uno Stato basato sulla libertà, che non possa confidare in forze vincolanti interiori dei suoi membri, sarà indotto, per garantire la propria legittimità, ad accrescere illusoriamente le promesse di benessere, con ciò avvolgendosi da sé in una spirale mortale di aspettative d´ogni genere che, oltre un certo limite, non potrà più mantenere. Non sono affermazioni originali. In una forma o in un´altra, le troviamo nella letteratura anti-liberale, anti-individualista e anti-ugualitaria, dall´Ottocento a oggi.


Ora, però, l´impotenza dello Stato basato sulla libertà, come impotenza de facto, è ricondotta anche all´impossibilità de iure. Questo Stato non può cercare di rinsaldare l´ethos di cui ha bisogno percorrendo la strada a ritroso verso la res publica christiana. Non può farlo perché così rinnegherebbe se stesso, la libertà, la laicità, la tolleranza, l´uguaglianza, il pluralismo: tutti principi dati per acquisiti. Dunque, l´impotenza di cui parliamo comprende entrambi i significati del "non può", l´esistenziale e il normativo. Le premesse di cui abbiamo bisogno devono prendere corpo non a opera dello Stato ma in seno alla società. Sono i cittadini, e tra questi ovviamente anche i cittadini cristiani in nome della loro fede, a dover assumere l´habitus etico necessario alla sopravvivenza dello Stato basato sulla libertà. Sono i cittadini a potere e dovere garantire gli impulsi e le forze di unificazione interiori di cui lo Stato ha bisogno; non può (in entrambi i sensi) essere lo Stato poiché, nelle sue mani, la religione diventerebbe instrumentum regni.


La ricezione di queste posizioni, attraverso una lettura semplificante del dictum sopra ricordato, non è stata però, prevalentemente, questa. Parlerei perfino di strumentalizzazione, se in quelle non ci fosse un certo margine di ambiguità. La ricezione è avvenuta nel senso che lo Stato basato sulla libertà – in quanto Stato, non in quanto società - non può di fatto, con le sue sole forze, darsi i propri presupposti, ma che può, sempre in quanto Stato, legittimamente cercarli altrove, nel cristianesimo. Questa diversa interpretazione del "non può" è rappresentata in modo efficace dalle parole, scritte dal cardinale Joseph Ratzinger in un saggio del 1984: dalla tesi che l´attuale Stato liberale e secolarizzato non è più societas perfecta e perciò vive di presupposti «che esso stesso non può garantire» deriverebbe che esso ha bisogno di forze dall´esterno che lo sostengano. Le uniche forze disponibili sarebbero quelle del cristianesimo e con queste lo Stato potrebbe e dovrebbe stringere alleanza, un´alleanza, per sovrappiù, che assume il colore di una certa sottomissione: chi accetta che un altro getti le basi che garantiscono la sue esistenza non deve accettare anche la dipendenza da questo altro?


La Chiesa pone la sua candidatura, in quanto afferma la propria "rilevanza pubblica assoluta" e rifiuta di farsi confinare nella dimensione privata dalle coscienza. Lo stesso Ratzinger, però, mette in luce la difficoltà: «ci troviamo di fronte a un´aporia: se la Chiesa rinuncia a questa pretesa, non è più per lo Stato quella di cui lo Stato ha bisogno, se però lo Stato l´accetta, smette di essere pluralistico e così sia lo Stato che la Chiesa perdono sé stessi». Poiché tuttavia "nell´attuale situazione generale della cultura il pericolo teocratico è scarso" – così prosegue Ratzinger – "la pretesa di riconoscimento pubblico della fede [cattolica] non può compromettere il pluralismo e la tolleranza religiosa dello Stato. Da qui (dal pluralismo e dalla tolleranza) non si potrebbe dedurre la piena neutralità dello Stato di fronte ai valori. Esso deve riconoscere che un patrimonio fondamentale di valori, fondati sulla tradizione cristiana, è il presupposto della sua consistenza. Deve in questo senso semplicemente, per così dire, riconoscere il proprio luogo storico". Onde, conseguentemente, la richiesta di uno status differenziato, a favore della religione cristiano-cattolica e della Chiesa, richiesta che inizia riguardando la questione dei simboli, ma si estende facilmente al sostegno delle scuole cattoliche, all´insegnamento religioso nelle scuole pubbliche, al finanziamento agevolato delle sue attività, per finire a una sorta di diritto d´ultima parola nelle questioni legislative che hanno rilievo per l´identità cristiana dello Stato. Böckenförde dice di prendere le distanze.


A me, sinceramente, non pare. L´ordine pubblico di una situazione costituzionale pluralista – dice - non può appiattirsi sull´ethos di una sola religione: tutte le religioni e confessioni devono essere incluse nel diritto di avere e proclamare, in pubblico e in privato, la propria fede. Ma, aggiunge, questo non deve comportare la pretesa di un livellamento dell´impronta religiosa che assicura l´identità dello Stato. "Livellamento" è una parola che suona male e, soprattutto, può significare una cosa che nessuno richiede: un´azione di forza che mai, in una società libera, sarebbe ammissibile. Se però sostituiamo livellamento con uguaglianza, ci si accorge che questo è per l´appunto ciò di cui abbiamo bisogno affinché l´ordine pubblico si apra al pluralismo. Nello Stato secolare fondato sulla libertà, tutte le fedi, tutte le religioni, tutte le credenze anche non religiose o antireligiose hanno lo stesso diritto di cittadinanza ed è questo che costituisce "l´impronta" di questo tipo di Stato. Rispetto a questa impronta, è contraddittoria e pericolosa l´affermazione di Böckenförde, che ha fatto su di me molta e negativa impressione, che «le minoranze religiose debbano vivere nella diaspora».


Dire così significa negare l´esistenza di un comune e unico vincolo di cittadinanza e consentire status sociali, giuridici e politici differenziati, a favore dei membri della religione di maggioranza, secondo esperienze del passato di infelice memoria. Come si possa sostenere questo genere di posizioni e, al tempo stesso, non contraddire l´esigenza di "assoluta neutralità" dello Stato, esigenza che costituisce certamente il contenuto minimo necessario di qualsiasi concezione della laicità, e come in tal modo non si neghino i fondamenti dello Stato secolare basato sulla libertà è per me – lo confesso – un mistero. Anche una seconda proposizione merita di essere indagata: «Fino a che punto i popoli uniti in stati possono vivere sulla base della sola garanzia della libertà, senza avere un legame unificante che preceda tale libertà?»


Qui, l´attenzione cade su quel "precedere". Se la garanzia precede la libertà, non può che essere un legame che viene da fuori, non dall´autonomia dei singoli: un legame in qualche modo indotto, se non imposto, per via di autorità. La Chiesa, ammesso ch´essa possegga la riserva delle risorse etiche, potrebbe allora legittimamente chiedere che le si assicurino i mezzi per farle valere vincolativamente. Questo ci dice quel "precedere". A me pare di vedere in questa offerta di collaborazione qualcosa di oltraggioso nei confronti della religione di Gesù di Nazareth, perché mi sovviene di Giovanni Botero, il teorico secentesco della ragion di Stato, dello Stato della Controriforma: «Tra tutte le leggi non ve n´è più favorevole a Principi, che la Christiana; perché questa sottomette loro, non solamente i corpi, e le facoltà de´ sudditi, dove conviene, ma gli animi ancora, e le conscienze; e lega non solamente le mani, ma gli affetti ancora, e i pensieri». «Questa è la ragion di Stato, fratel mio, obedir alla Chiesa cattolica», scriveva un discepolo di Botero, Giulio Cesare Capaccio, nel 1634. Non risulta facilmente comprensibile come questa "precedenza" del legame unificante si accordi con l´altra affermazione di Böckenförde, questa sì pienamente conforme all´idea dello Stato secolare basato sulla libertà, che «la religione si dispiega […] nella società civile e nel suo ordinamento» e che da lì, dalla società, potrebbe influenzare lo Stato, quale «organizzazione vincolante dell´umana convivenza».


Se così fosse, non ci sarebbe infatti nessun bisogno di postulare un legame unificante che "preceda la libertà": esso si formerebbe infatti, precisamente, nella libertà. È in questa "precedenza" che si annida la questione. Le fedi religiose non sono affatto un problema per la democrazia liberale – l´odierno Stato secolare basato sulla libertà -, anzi ne possono essere forza costitutiva nella misura nella quale i credenti si impegnino, sulla base delle loro credenze, nella sfera della società civile. Il problema non sono i credenti ma è la Chiesa, quando chiede e ottiene alleanza con lo Stato, per offrirgli "garanzie"; simmetricamente, il problema è anche lo Stato, quando offre alla Chiesa questa alleanza interessata. Noi, in Italia, conosciamo bene questo rapporto di reciproco sostegno e lo conosciamo nella forma più esplicita, quella del Cattolicesimo "religione di Stato", esistente fino a subito prima della Costituzione repubblicana, dallo Statuto Albertino fino al fascismo. L´idea di un legame sostanziale unificante precedente la libertà corrisponde a un´idea di democrazia protetta, a sovranità limitata.


E infatti, nelle discussioni odierne su problemi pubblici di pregnante contenuto etico, sui quali la Chiesa come tale chiede la parola, la loro dimensione costituzionale è totalmente trascurata o oltrepassata. Sulla disciplina delle relazioni familiari e dei legami interpersonali, tra persone di sessi diversi o anche del medesimo sesso; sui limiti della ricerca e della sperimentazione scientifica, in rapporto alla dignità dell´essere umano; sull´autodeterminazione delle persone sottoposte a trattamenti medici forzati, ecc., la Costituzione e la giurisprudenza della Corte costituzionale contengono indicazioni certo non trascurabili, per chi pensa che i fondamenti etici della convivenza siano da ricercare nella libertà; invece, essi sono ignorati da parte di chi ragiona "precedendo" l´esercizio della libertà che ha portato alla formulazione dei principi della Costituzione. Così come, più in generale, sono ignorati sia il principio di laicità sia i suoi contenuti, quali determinati dalla giurisprudenza costituzionale. Le divagazione su "nuove", "sane" ecc. laicità che provengono numerose da ambienti ecclesiastici e si riversano nelle audizioni parlamentari, tutte le volte in cui si discute di politica ecclesiastica, sembrano non conoscere o, almeno, non tenere in conto i vincoli costituzionali, come il principio di equidistanza e il divieto, per lo Stato, di ricorrere a obbligazioni religiose per rafforzare le obbligazioni civili e, al contrario, il divieto, per la Chiesa, di ricorrere a mezzi statali per rafforzare i vincoli religiosi. La proposta del cristianesimo come legame unificante precedente contraddice precisamente questa separazione.


Lo Stato secolare basato sulla libertà deve dunque, per così dire, reggersi e camminare con le energie spirituali che la società deve avere in sé, senza delegarle ad altri. E questo, naturalmente, è un problema che non può essere trascurato. Ma è un problema sociale, non politico o statale. Si dirà: il legame tra la religione e la politica e quindi lo Stato è un legame profondo, tutt´altro che accidentale. Lo si vede all´opera dalla preistoria fino quasi ai nostri giorni. E anche oggi, può apparire che lo Stato secolarizzato dell´Europa occidentale, rispetto al resto del mondo, sia soltanto una deviazione, un Sonderweg, secondo l´espressione di Jürgen Habermas, destinato in breve a rientrare. E perfino il più radicale movimento politico fondato sull´immanenza, la Rivoluzione francese, ha sentito l´esigenza di divinizzare il suo regime. Invece, le società secolari odierne basate sulla libertà pensano di farne a meno, per fondare i propri Stati. Ma la rinuncia a usare un Dio per i propri fini politici non è forse, precisamente, la grande sfida ch´esse hanno accettato "per amore della libertà"?


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DIARI
Avviso ai naviganti.
20 ottobre 2007

D'ora in poi posterò di rado e sul blog di Sgembo


Su questo blog:

  • inserirò i link ai post pubblicati sul blog di Sgembo;

  • pubblicherò articoli tratti dai quotidiani, che siano particolarmente interessanti;

  • pubblicherò se possibile qualche breve, anzi brevissimo, post.


Spero che al più presto possa tornare a scrivere su questo blog, con una frequenza adeguata, vedremo.

A presto, dunque. :)


P.S.:
non posso non riportare (non resisto proprio) un commento di Marcoz al post precedente:

“Ho letto le tue motivazioni, Laicista, e c'è una cosa che devi sapere: tu non puoi, sotto il profilo etico, disporre della vita del tuo blog come più ti aggrada.

Un saluto

("semel blog, semper blog" Soppy Raccoon) “


Splendida questa! :DD


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DIARI
Fine.
17 ottobre 2007
E' arrivato il momento di dire la parola "fine".
Non ho più il tempo per scrivere e sarebbe inutile tirare avanti una situazione che rischia di diventare frustrante. Meglio finirla qui.

Ho tenuto questo blog per quasi due anni e devo dire è stata una esperienza molto bella.
Bella perché non mi sarei mai aspettato, per esempio, di trovarmi a ridere da solo come un matto, leggendo i post arguti, ironici e intelligenti, di Marcoz, rip e Krudelik.

E' stato molto bello e divertente leggere i post grammaticalmente creativi di ciromonacella, i post ermetici ma in qualche misterioso modo intellegibili di Ups, per non parlare delle capacità narrative di Galatea.

Potrei citare e illustrare le qualità dei vari sgembo, aronne, fabristol, raser, Esperimento, luxor, Gohan, uomodellastrada, metilparaben, vietato cliccare, ugolino, art.2, Dyotana, Radicons, Bolina, codadilupo, garbo, angelus, Anelli di fumo, KK, Supramonte, Corbisiero, nullo, zaneddu, capemaster, germanynews, arciprete, Alice, Paola, Tiziana, cincinnato, malvino, Libertarians, Sostiene Proudhon, fioredicampo, andrej, e l'elenco potrebbe continuare ancora, ma la faccio breve (non si offendano i non citati, eh :-)); sono tanti i blogger che ho avuto modo di apprezzare.

Ma forse ho apprezzato ancor di più i "dissidenti", o almeno alcuni.
In particolar modo in Tommaso (rimesparse) ho trovato delle qualità che mi hanno molto colpito, ne ho già parlato in passato e non sto a ripetermi.

La vicenda più coinvolgente ed emotivamente più intensa che ho vissuto in questi mesi è stata  quella di Piergiorgio  Welby, al quale va il mio riconoscente pensiero (la sentenza della cassazione sul caso Englaro, senza la sua battaglia, forse, non ci sarebbe stata: ci sono voluti 14 anni per ottenere un risultato così chiaro).

E devo dire poi, che in questi due anni scarsi, ho anche avuto modo i imparare qualcosa, il che non guasta mai.

Grazie a tutti. :)

Ah, dimenticavo: non crediate di esservi liberati così facilmente del Laicista, tornerò sui vostri blog, statene certi. :DD



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POLITICA
Citazioni /5
16 ottobre 2007

Che faccia bello o cattivo tempo è mia abitudine andare a passeggiare ogni pomeriggio verso le 5 nei giardini del Palais-Royal. Intrattengo me stesso con la politica, l'amore, il gusto, la filosofia e abbandono la mente al suo libertinaggio lasciandola padrona di seguire ogni pensiero che le si presenti, saggio o folle che sia. E la mente si comporta come quei giovani dissoluti che corrono dietro alle ragazze con l'aria sventata, il volto sorridente, l'occhio vivace e il nasino all'insù, corteggiandole tutte senza attaccarsi a nessuna di loro. Ecco: i miei pensieri sono le mie puttane.

Denis Diderot


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POLITICA
La "legge di Dio" e la democrazia.
14 ottobre 2007

Prendo spunto da un interessante post di Astrolabio intitolato Ratzinger giusnaturalista, per commentare il recente discorso del papa sulle fondamenta metafisiche dei diritti e della democrazia.

Per far questo mi pare interessante riprendere agli stessi passi del discorso riportati nel post, compresi i commenti dell'autore.


<<"La legge naturale, ossia “la norma scritta dal Creatore nel cuore dell'uomo” è la vera garanzia della democrazia e dei diritti umani: non lo è il diritto “positivo”, anche se legato al volere della maggioranza della popolazione in un dato momento, perché la storia dimostra che “le maggioranze possono sbagliare”


Standing ovation, ricordando che Hitler e Mussolini sono stati regolarmente eletti; piccola critica per l'uso della parola democrazia, la legge naturale non è garanzia di democrazia, per fortuna. >>


Non sembra proprio che il papa abbia detto nulla di particolare o di nuovo, in fondo sapevamo anche prima che le garanzie democratiche non hanno un carattere assoluto, e che anzi fin troppo facilmente possono essere aggirate o violate; piuttosto, sarebbe stato invece necessario mostrare come la legge di Dio abbia, al contrario, costituito nella storia un baluardo e una garanzia assoluta di libertà di religione, di parola e di pensiero, degli ideali democratici e liberali. Ma non è lecito né educato chiedere l'impossibile, dato che la storia semmai dimostra esattamente il contrario.

Da una parte si afferma una banalità scontata e risaputa, dall'altra non viene spiegato come e quando la fantomatica “legge di Dio”, abbia svolto quella funzione che i principi democratici e liberali non riescono a garantire senza errore. Peggio ancora, non si dice come scoprirla e come rendere concordi le sue discordanti interpretazioni.

La proprietà, la successione nei beni e la schiavitù, per fare solo qualche esempio, sono l'espressione della “legge di Dio”?

Le citazioni che seguono, sono esemplificative di come Dio abbia scritto in modo confuso nei nostri cuori, tanto da rendere impossibile una lettura univoca e coerente nel tempo:

"Non è assolutamente lecito invocare, difendere, concedere una ibrida libertà di pensiero, di stampa, di parola, d’insegnamento o di culto, come fossero altrettanti diritti che la natura ha attribuito all’uomo." (LIBERTAS LETTERA ENCICLICA DEI SUA SANTITA' LEONE PP. XIII, papa dal 1878 al 1903)


LA CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DI ROMA, 20 GIUGNO DEL 1866: "La schiavitù in se stessa, considerata come tale nella sua natura essenziale, non è affatto contraria alla legge naturale o legge di Dio . [...] Non è contrario alla legge naturale e divina che uno schiavo sia venduto, preso o dato in cambio”.

Del resto, lo stesso Astrolabio ritiene che la legge naturale non sia garanzia di democrazia, e pare anche rallegrarsene. Ma se è così, da dove viene il suo apparentemente immotivato entusiasmo per le parole del pontefice?


<<“le norme prime ed essenziali che regolano la vita morale”. “Nei suoi precetti principali la legge naturale è esposta nel Decalogo” ed è chiamata naturale “non in rapporto alla natura degli esseri irrazionali, ma perché la ragione che la promulga è propria della natura umana”
“partendo dalla legge naturale di per sé accessibile ad ogni creatura razionale, si pone con essa la base per entrare in dialogo con tutti gli uomini di buona volontà e, più in generale, con la società civile e secolare”


Questo ultimo virgolettato sento di condividerlo molto, richiamando Habermas direi che la legge naturale si può scoprire dialogando razionalmente con altri partendo da assunti comuni a tutti. >>


Per Habermas i contenuti della fede devono essere tradotti in un linguaggio razionale e universale, essendo questa traduzione una precondizione indispensabile per il dialogo tra laici e credenti.

Il dialogo auspicato dal filosofo dovrebbe avvenire su un piano di parità e con la disponibilità autentica ad ascoltare le ragioni dell'altro. Ma questa “traduzione” non dovrebbe avere il carattere di pura e semplice razionalizzazione dei contenuti religiosi. Un'apertura reale al confronto implica una sincera accettazione della fallibilità della propria visione etica e morale, senza presupporre tacitamente il possesso esclusivo della Verità. Impegno che naturalmente coinvolge anche i laici, non meno dei credenti.

Il pensiero di Habermas stride quindi con l'attuale atteggiamento della Chiesa, la quale non è minimamente disposta a riconoscere la possibilità di essere lei in errore e nel giusto i suoi interlocutori. I suoi valori sono sempre “non negoziabili” e devono essere posti a fondamento dello Stato democratico in forza della legge, non attraverso il dialogo aperto alla eventuale revisione e correzione delle proprie posizioni.


<<"La vera razionalità non è garantita dal consenso di un gran numero, ma solo dalla trasparenza della ragione umana alla Ragione creatrice e dall’ascolto comune di questa Fonte della nostra razionalità”


Standing ovation ancora una volta.

“La legge naturale diventa così la vera garanzia offerta ad ognuno per vivere libero e rispettato nella sua dignità, e difeso da ogni manipolazione ideologica e da ogni arbitrio e sopruso del più forte."
>>


Naturalmente quello del papa è un giusnaturalismo che si rifà a certezze metafisico-religiose, e che quindi, si regge o cade con esse. E' proprio il loro carattere religioso che le rende inutilizzabili come base universale della morale, perché inaccettabili da chi quei presupposti non condivide e non vorrebbe far dipendere il diritto dalla fede. Questi sono limiti esiziali per le pretese universalistiche della morale cattolica.


Per la Chiesa le verità di fede sono verità di ragione, ma il loro rapporto non è paritario poiché la ragione non può contraddire la fede*. Come infatti ci ricorda il Monsignor Rino Fisichella**, se c'è contrasto tra religione e scienza, è la ragione a dover fare un passo indietro, non la fede.

Da tutto ciò si può dedurre che per la chiesa non è possibile giungere alle "leggi di natura" con la sola ragione, infatti, secondo il papa la "vera razionalità" è garantita solo dalla “Ragione creatrice”, “Fonte della nostra razionalità.”


Affermare che “la legge naturale si può scoprire dialogando razionalmente con altri partendo da assunti comuni a tutti” (Astrolabio), significa rendere la ragione autonoma dalla fede, cosa che non si concilia affatto con la dottrina della Chiesa.


In conclusione: mentre non condivido ma comprendo la posizione della Chiesa, condivido le opinioni (nei fini) di Astrolabio, ma non ne comprendo l'entusiasmo.

***

*
Summa contra gentiles, 1, 7 e II, 4

" Benché la verità della fede cristiana superi la capacità della ragione umana, quelle verità, che sono essenzialmente proporzionate alla ragione, non possono essere contrarie alla fede. Difatti quelle verità, che sono essenzialmente proporzionate alla ragione, ci constano essere verissime in tale maniera che non sia possibile pensarle false; né d'altra parte è possibile pensare falso ciò che si tiene per fede dal momento che ha una cosí evidente conferma divina. Siccome dunque il solo falso è contrario al vero, come appare manifestamente dai loro concetti, è impossibile che la verità di fede sia contraria a ciò che la ragione conosce naturalmente...

Inoltre la conoscenza dei princípi naturalmente noti ci è infusa da Dio, in quanto Dio stesso è l'autore della nostra natura. Anche la divina Sapienza possiede dunque questi princípi. Tutto ciò quindi che è contrario a questi princípi è contrario alla divina Sapienza; e non può pertanto provenire da Dio. Quelle verità, dunque, che si tengono per fede in funzione della rivelazione divina non possono essere contrarie alla conoscenza naturale... Dal che si deduce evidentemente che, qualsiasi argomento venga portato contro i documenti della fede, non procede rettamente dai primi princípi immediatamente evidenti innati alla natura; e conseguentemente non ha nemmeno la forza dimostrativa, ma sono ragioni o probabili o sofistiche; e cosí c'è la possibilità di confutarle."

Tommaso D'aquino.


**

"Il problema che lei poneva è il seguente: cosa accade quando gli esiti della fede e i risultati della ragione non appaiono compatibili? Se c’è veramente incompatibilità tra un dato della fede e un dato della scienza, allora uno dei due deve inevitabilmente fare un passo indietro. E a mio avviso lo deve fare la scienza, non la fede."

Monsignor Rino Fisichella


POLITICA
Citazioni/4
13 ottobre 2007
<<Nulla è creduto più fermamente di ciò che meno si sa.>>

(Michel de Montaigne)

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POLITICA
Citazioni/3
13 ottobre 2007
<<Il papa continua a chiedere perdono. Ma il perdono non cancella niente. Il male che è stato compiuto rimane, indelebile. [...] Ma c'è una differenza essenziale tra perdonare che è un atto soggettivo, e chiedere perdono. Chiedere perdono significa chiedere che l'altro accetti la tua richiesta di perdono. E se non l'accetta? Credo che non ci sia nessun ebreo che accetti questa richiesta della Chiesa di essere perdonata per un antigiudaismo che ha creato così grandi mali. Non basta chiedere perdono per tutto quello che è stato detto contro gli ebrei per due millenni, in alto e in basso, perché l'antigiudaismo è stato un sentimento popolare diffuso. Popolarissimo. Che si fondava su questa affermazione pronunciata dalla Chiesa come indiscutibile: gli ebrei sono quelli che hanno ucciso Nostro Signore.>>

(Micromega 2/2000, “Religione e religiosità”, Norberto Bobbio)

POLITICA
Citazioni/2
13 ottobre 2007

<<Resto uomo della mia ragione limitata – e umiliata. So di non sapere. Questo io chiamo “la mia religiosità”. Non so se è giusto, ma in fondo coincide con quello che pensano le persone religiose di fronte al mistero. Certo, probabilmente non si riesce a resistere a questo dubitare continuo, a questo continuo non sapere, e allora ci si affida alle credenze, come quella nella immortalità dell'anima. Io però, il fondo religioso della mia persona continuo a intenderlo come questo non sapere. Ed è un fondo religioso che mi assilla, mi agita, mi tormenta.

Un giorno al cardinal Martini ho detto: per me la differenza non è tra il credente e il non credente (cosa vuol dire poi credere? In che cosa?), ma tra chi prende sul serio questi problemi e chi non li prende sul serio: c'è il credente che si accontenta di risposte facili (e anche il non credente, sia chiaro, che delle risposte facili si accontenta!) Qualcuno dice: “sono ateo”, ma io non sono sicuro di sapere cosa significa. Penso che la vera differenza sia tra chi, per dare un senso alla propria vita, si pone con serietà e impegno queste domande, e cerca la risposta, anche se non la trova, e colui cui non importa nulla, a cui basta ripetere ciò che gli è stato detto fin da bambino>>.

(Micromega 2/2000, “Religione e religiosità”, Norberto Bobbio)

DIARI
Vita da blogger.
10 ottobre 2007
Mi ero deciso. Ora scrivo un post, avevo pensato.
Ma poi mi tocca lavare i piatti, preparare i letti alle piccole belve, e soprattutto andare a dormire che il sonno è tanto.

E' dura la vita da blogger, senza lavastoviglie e babysitter.

P.S.:
le risposte che devo ai commenti del post precendente, arriveranno domani.

'notte.

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POLITICA
Paradossi.
8 ottobre 2007

L'amico Mirage, commentando il post "Chi me la spiega questa?", scrive:


<<Tutto spiegabile in base all'assunto che nessuno può ergersi a arbiter assoluto, perchè al di sopra degli uomini c'è Dio e la sua parola: per cui a nessuno è consentito contraddire la parola di Dio che illumina la coscienza degli individui.>>

Ma chi conosce la parola di Dio?
I musulmani, gli ebrei, i cristiani, chi?
E poi, all'interno delle religioni, quale delle diverse interpretazioni della Sua parola è quella Vera?

L'idea di Dio divide non unisce l'umanità, né da alcun fondamento reale all'etica, essendo questa delegata ad un'entità superiore sul cui volere non regna certo accordo e in nome del quale ci si è tranquillamente e reciprocamente scannati, nel passato come nel presente.

L'idea di Dio deresponsabilizza l'umanità: “è Dio che lo vuole!”, “Dio è con noi!”


<<Il concetto è paradossalmente più rassicurante rispetto al concetto di democrazia e laicità.
Chi c'è al di sopra di Cesare secondo l'ottica dei laici ?
Al di sopra di Cesare (e di quel che rappresenta a seconda dei casi: democrazia, oligarchia o monarchia)secondo i laici non c'è nessuno.>>

Al di sopra di Cesare ci sono il popolo e i diritti individuali difesi dai principi liberali, e le Costituzioni che quei principi codificano giuridicamente. In uno Stato laico e liberale, il potere non è illimitato per definizione.

La democrazia risponde alla domanda: "Chi deve governare?", "chi ha il consenso della maggioranza del popolo" è la risposta.

Il liberalismo al quesito "Dobbiamo porre limiti al potere del Governo e dello Stato?" risponde: "sì".

Non è assolutamente vero, perciò, che al di sopra del potere, nella visione laica dello Stato, non ci sia nessuno, al contrario, ci sono persone in carne ed ossa che presumibilmente difenderanno gli istituti democratico-liberali a cui hanno dato il loro consenso. Non è una garanzia assoluta, come tristemente sappiamo, ma nemmeno la presunta autorità divina, lo è.

E quando il popolo tedesco consentì l'avvento del nazismo in Germania o quello italiano dette il suo consenso al fascismo in Italia, ciò avvenne in nome di qualcosa di superiore sia al Duce che al Fuhrer: che sia la Razza o lo Stato Fascista, o il Partito per il comunismo, tutte queste ipostasi costituirono dei surrogati di Dio.

Queste ideologie in realtà tentarono, consapevolmente o meno, di farsi religione con tanto di riti, dottrine, persecuzioni degli eretici e degli “atei”, usando i mezzi che la tecnologia in quel momento storico metteva a disposizione.

Le camere a gas e le bombe atomiche la Santa Inquisizione non le usò perché in quel periodo storico - per nostra fortuna - non esistevano, ma i roghi sì, e le torture anche.



<<Ed è proprio qui sta il pericolo per l'umanità!
In base a questo principio laico si sono perpetrate le atrocità piu bestiali basti pensare a Hiroschima o all'olocausto.
Invece per i cattolici a nessuno, neanche al Papa o a Cesare, è consentito violare il senso di umanità che si ritrova nelle parole di Cristo.
Ecco perchè il religioso è più rassicurante del laico.>>


Il senso di umanità è stato violato dal cristianesimo più volte, utilizzando - come ho detto sopra - i mezzi che all'epoca erano a disposizione: dai roghi alle torture, dagli squartamenti alla creazione dei ghetti, o con la diffusione a mezzo stampa dell'odio antiebraico.

A proposito di odio antiebraico, lascerei stare l'olocausto, le responsabilità della Chiesa sono più profonde di quanto molti devoti (atei o meno) siano disposti ad ammettere.


Per finire, aggiungo una domanda:

quegli individui che in poche ore uccisero l' 11/09/2001 migliaia di persone innocenti in nome di Dio, sicuri di fare la volontà di “Allah il misericordioso” e di essersi con quella immane strage conquistati un posto in paradiso - con tanto di vergini a loro disposizione -, erano atee?

POLITICA
RELATIVISMO, DOGMATISMO, PLURALISMO
7 ottobre 2007
Da Italia laica

RELATIVISMO, DOGMATISMO, PLURALISMO

La campagna mediatica di Benedetto XVI per far trionfare nel campo dell’etica il punto di vista del Vaticano sembra davvero inarrestabile. Non passa settimana che i mezzi d’informazione non riecheggino ossessivamente le sue parole in difesa della famiglia fondata sul matrimonio o della sacralità della vita dal concepimento al suo termine naturale.

di Elio Rindone

Chiedendo che i parlamenti legiferino secondo questi principi, il Vaticano sostiene di compiere la propria missione a servizio dell’umanità, dato che i valori morali proposti dalla chiesa non sarebbero espressione di una determinata fede ma sarebbero universalmente validi in quanto iscritti nella natura stessa.

E chi la pensa diversamente? Evidentemente si trova nell’errore! E secondo il papa bisogna avere il coraggio di denunciare l’errore come tale, combattendo il relativismo oggi di moda, cioè l’idea - pericolosa al punto da costituire un’autentica minaccia per le fondamenta stesse della nostra civiltà - che si debba rinunciare a distinguere il vero dal falso e quindi il bene dal male.

Che la battaglia contro il relativismo costituisca il tema centrale del pontificato risulta già da quello che se ne può considerare il discorso programmatico, e cioè l’omelia pronunciata dall’allora cardinale Ratzinger in qualità di decano del collegio cardinalizio nel corso della messa ‘pro eligendo romano pontifice’: “il relativismo, cioè il lasciarsi portare ‘qua e là da qualsiasi vento di dottrina’, appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie”(18/4/2005).

E infatti sul tema il papa è tornato con straordinaria frequenza. Nel discorso tenuto a conclusione del 4° Convegno Ecclesiale Nazionale di Verona, per esempio, ha ribadito che oggi “l’etica viene ricondotta entro i confini del relativismo e dell’utilitarismo, con l’esclusione di ogni principio morale che sia valido e vincolante per se stesso”(19/10/2006).

***

È innegabile che quella del papa sia un’abile mossa. Presentare coloro che dissentono dalle posizioni vaticane come ‘relativisti’ consente, infatti, di bollarli come persone prive di valori, che si lasciano trasportare da ‘qualsiasi vento di dottrina’, insensibili a qualunque ‘principio morale’ e quindi incapaci di resistere alle proprie ‘voglie’. Per converso, la gerarchia cattolica, custode di una fede in sintonia con la ragione, appare impegnata a difendere la dignità dell’uomo, ribadendo l’oggettività dei valori morali e offrendo quelle certezze immutabili che sono a fondamento dell’attualmente pericolante identità europea.

Ma è vero che tutti i sostenitori del ‘relativismo’ hanno le caratteristiche che Benedetto XVI attribuisce loro? Io credo che con quel termine si possano designare almeno due posizioni, che non vanno affatto confuse. Accanto a quella descritta dal papa, che è effettivamente diffusa e che si caratterizza per l’indifferenza di fronte a qualsiasi morale, ce n’è un’altra, che non rinnega affatto i valori ma ha coscienza che non è per nulla facile individuarli e farli convivere armonicamente. È, questa, la posizione di chi è capace di non assolutizzare le proprie certezze, di chi è consapevole non solo dell’altrui ma anche della propria fallibilità, di chi considera legittima l’esistenza di punti di vista differenti ed è pronto a rivedere il proprio in presenza di valide ragioni. È, in una parola, la posizione di chi sa di vivere in una società pluralistica, una società in cui le soluzioni legislative non possono perciò che essere approvate a maggioranza, nel rispetto della libertà di coscienza delle minoranze.

La valorizzazione del pluralismo è quindi il presupposto della democrazia, quel regime che favorisce la libera espressione di tutte le posizioni politiche, morali e religiose senza privilegiarne nessuna, nella convinzione che dal libero confronto possa scaturire un arricchimento reciproco. Una società democratica, laica e pluralista, infatti, rifiuta sia l’assenza di principi morali che la loro imposizione: essa teme da una parte il disimpegno e l’insensibilità per i valori di chi non crede in nulla e dall’altra l’arroganza di chi pretende di avere il monopolio della verità.

Il quadro, allora, è abbastanza diverso da quello prospettato dal papa: la scelta possibile non è tra un relativismo che nega ogni valore e la difesa dei principi morali ma tra uno scetticismo privo di valori, un dogmatismo che assolutizza i propri e un pluralismo rispettoso delle differenti concezioni morali. La battaglia di Benedetto XVI contro il relativismo, basata sulla confusione tra scetticismo e pluralismo, appare dunque in quest’ottica non come difesa della morale in una società smarrita e disorientata ma come dogmatica riaffermazione di una morale, quella cattolica, a cui tutti dovrebbero adeguarsi perché universalmente valida e assolutamente immutabile. Bandire apertamente una crociata contro il pluralismo in nome della propria verità sarebbe stato oggi troppo impopolare: delegittimare le altre prospettive culturali presentandole come relativistica negazione di ogni valore permette, invece, di mascherare il proprio dogmatismo.

***

Il rifiuto del pluralismo da parte delle gerarchie ecclesiastiche appare francamente incomprensibile per chi è convinto che la prospettiva pluralistica sia quella più coerente con la condizione di soggetti la cui ragione è uno strumento prezioso ma fallibile. Non è difficile riconoscere, infatti, che la conoscenza umana è sottoposta a mille condizionamenti – limiti individuali, influenze culturali, esperienze storiche – sicché è inevitabile che le diverse società siano sensibili più a uno che a un altro valore, che le idee si evolvano e che i giudizi morali possano variare anche radicalmente.

La cultura contemporanea ha acuito la coscienza di tali condizionamenti ma anche nei secoli passati i pensatori più avvertiti erano consapevoli dell’influenza che il contesto ambientale ha persino sulle scelte umane più decisive, come l’adesione a una determinata fede. Nel XII secolo, per esempio, Abelardo fa esprimere a un immaginario filosofo musulmano rilievi di grande buon senso: “L’affetto per la propria stirpe e per coloro con i quali si cresce è così insito in tutti gli uomini, che essi respingono con orrore tutto ciò che si dice contro la loro fede. L’abitudine diventa in loro natura e così da adulti conservano con ostinazione ciò che impararono da bambini e, prima ancora di essere in grado di capire ciò che viene insegnato loro, affermano di crederlo” (Dialogo tra un filosofo, un giudeo e un cristiano, Milano 2001, p 41).

Non c’è da stupirsi dunque che, specialmente in un ambiente culturalmente omogeneo, le idee correnti appaiano verità assolute: ma… se si fosse nati in un’altra epoca o in un’altra regione? Si può avere la certezza che persino l’attuale pontefice, se fosse nato non nella Baviera cattolica ma in Arabia Saudita, sarebbe stato un intransigente sostenitore delle radici cristiane dell’Europa e non un altrettanto intransigente difensore dell’islam?

Del resto, nell’ambito della stessa storia cristiana è innegabile che ci sia stata una progressiva maturazione della coscienza morale, che ha portato a modificare anche profondamente punti di vista consolidati. A metà del XIII secolo, per esempio, Innocenzo IV autorizzava l’uso della tortura nei tribunali dell’Inquisizione mentre è difficile credere che oggi il Vaticano ritenga lecita una simile pratica, anche se non si può certo dire che esso abbia levata alta la sua voce per condannare le torture praticate su presunti terroristi, con grave scandalo del mondo civile, dai militari statunitensi e recentemente avallate dalla legislazione antiterrorismo approvata dal Congresso americano.

A ben vedere quindi – e fatta salva l’ostinata rivendicazione, con qualche rarissima eccezione, della sua autorità, perché su questo punto l’insegnamento pontificio è di una costanza davvero ammirevole – anche la chiesa romana potrebbe essere accusata di relativismo etico per la sperimentata capacità di mutare i propri giudizi, adeguandosi allo spirito dei tempi, e di accogliere, magari con un certo ritardo, nuove prospettive.

Perciò, se oggi si può considerare universalmente acquisita, pure negli ambienti ecclesiastici, l’idea che la promozione dei diritti umani, il rifiuto della schiavitù e la pari dignità tra uomo e donna sono frutto non della decadenza dei costumi ma della maturazione della coscienza morale dell’umanità, come escludere che in futuro possa apparire ovvio anche il riconoscimento del diritto degli omosessuali a non subire discriminazioni o di quello dei malati terminali a porre fine a sofferenze indicibili?

Chi non condivide la morale cattolica, in realtà, non è necessariamente un uomo senza valori: non lo era, per esempio, Piergiorgio Welby quando si batteva perché gli fosse riconosciuto il diritto, che come scrive il cardinal Martini compete al malato, “di valutare se le cure che gli vengono proposte […] sono effettivamente proporzionate”(Il Sole 24 ore 21/1/07). Anzi spesso si tratta di uomini e donne sensibili a valori diversi da quelli maggioritari in un contesto tradizionale ma che in ogni caso meritano quel rispetto che non può non concretizzarsi in un confronto aperto alle ragioni dell’altro e animato dal desiderio di trovare soluzioni che tengano conto dei diversi punti di vista.

Del resto, i moralisti cattolici sanno bene che valori differenti possono essere in contrasto tra loro e che lo stesso atto può essere valutato diversamente a seconda dei fini che si perseguono e delle circostanze in cui si opera. Persino un atto di evidente gravità come uccidere un uomo non costituisce sempre un omicidio moralmente condannabile: si pensi al caso della legittima difesa. E chi non considererebbe un atto di pietà quello del soldato che desse il colpo di grazia al commilitone moribondo? Ancora, per chi ritiene lecita la pena di morte l’esecuzione del condannato è un atto di giustizia. Chi sostiene la teoria della guerra giusta, poi, legittima uccisioni senza numero.

Difficile, quindi, capire perché solo nel caso dei malati terminali il carattere sacro della vita debba essere affermato senza riserve e debba essere imposta per legge l’accettazione della sofferenza sino alla fine naturale, ammesso che si possa chiamare ‘naturale’ il prolungamento delle funzioni vitali reso possibile da strumenti artificiali sofisticatissimi. Una simile posizione non può certo rifarsi a un’etica matura, che valuta un’azione tenendo conto del contesto in cui viene compiuta, ma sembra piuttosto regredire all’etica del tabù, per cui un’azione è malvagia di per sé, a prescindere dall’intenzione di chi agisce e dai fini che si propone.

L’insistenza, poi, sul carattere non negoziabile del rispetto della vita solo a proposito dell’aborto o dell’eutanasia, e non in riferimento alla guerra - nell’era atomica considerata da Giovanni XXIII pura follia (“alienum a ratione” si legge nella Pacem in terris n 67) - o alla pena di morte, può ingenerare il sospetto che si tratti di una scelta dettata da motivazioni più politiche che dottrinali: così facendo, il Vaticano per esempio non entra in rotta di collisione con l’amministrazione Bush, impegnata in una guerra di cui non si prevede la fine e favorevole alla pena di morte, e si rende gradito, in Italia, ai partiti che sostengono quei principi e che ricambiano concedendo scandalosi privilegi come l’esenzione dell’ICI.

***

Un pontificato connotato dalla polemica contro il pluralismo sembra riesumare quello stile arcigno e severo nei confronti della modernità che pareva superato nel periodo conciliare. Non si riscontra facilmente, infatti, nelle parole di Benedetto XVI quell’atteggiamento di cordiale apertura al mondo contemporaneo che si respirava per esempio in documenti come la Gaudium et spes: “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore”(n 1).

Né paiono al centro delle preoccupazioni del papa le crescenti disparità economiche, per cui “mentre folle immense mancano dello stretto necessario, alcuni […] vivono nell’opulenza o dissipano i beni” (Gaudium et spes n 63), constatazione che spingeva Paolo VI a lanciare un grido d’allarme: “I popoli della fame interpellano oggi in maniera drammatica i popoli dell'opulenza”(Populorum progressio n 3), e a mettere in discussione i principi del liberismo: “i prezzi che si formano «liberamente» sul mercato possono, allora, condurre a risultati iniqui. Giova riconoscerlo: è il principio fondamentale del liberalismo come regola degli scambi commerciali che viene qui messo in causa”(ivi n 58).

Accantonati il sereno confronto con la modernità e l’opzione preferenziale per i poveri, Benedetto XVI intende in effetti proseguire l’opera iniziata come collaboratore di Giovanni Paolo II, riaffermando il ruolo della chiesa romana quale unica custode della verità in tutta la sua pienezza. Da prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, infatti, nel 2000 egli aveva firmato, e il papa ratificato, la Dichiarazione Dominus Jesus circa l’unicità e l’universalità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa, le cui posizioni verranno ribadite in un documento della stessa Congregazione del giugno 2007.

Se il dialogo presuppone che gli interlocutori si riconoscano su un piano di parità, la Dominus Jesus esclude in radice ogni possibilità di dialogo, dato che pone non solo il pensiero laico, inficiato dal suo relativismo, ma anche le altre religioni e persino le altre confessioni cristiane in condizione di assoluta inferiorità. Essa, infatti, afferma esplicitamente che la parità vale per le persone ma non per le convinzioni, che non stanno affatto sullo stesso piano: “La parità, che è presupposto del dialogo, si riferisce alla pari dignità personale delle parti, non ai contenuti dottrinali”(n 22).

Ciò posto, si può ribadire senza esitazione che “Deve essere, fermamente ritenuta la distinzione tra la fede teologale e la credenza nelle altre religioni. Se la fede è l'accoglienza nella grazia della verità rivelata, […] la credenza nelle altre religioni è quell'insieme di esperienza e di pensiero, che costituiscono i tesori umani di saggezza e di religiosità, che l'uomo nella sua ricerca della verità ha ideato e messo in atto nel suo riferimento al Divino e all'Assoluto”(n 7), sicché i seguaci di quelle religioni “oggettivamente si trovano in una situazione gravemente deficitaria se paragonata a quella di coloro che, nella Chiesa, hanno la pienezza dei mezzi salvifici.”(n 22).

Declassate le altre religioni a semplici credenze che posseggono ‘tesori umani di saggezza’ ma non verità rivelate, si dà un’interpretazione restrittiva del testo - ambiguo perché, come tanti altri passi conciliari, frutto di compromessi tra l’ala conservatrice e quella progressista - della Lumen Gentium, affermando come verità indiscutibile che “Esiste un'unica Chiesa di Cristo, che sussiste nella Chiesa Cattolica, governata dal Successore di Pietro e dai Vescovi in comunione con lui”(n 17). Le altre confessioni cristiane si possono dire quindi ‘chiese particolari’ solo nella misura in cui restano unite a quella cattolica, ma in esse non sussiste l’unica chiesa di Cristo. Difficile, con questi presupposti, che il processo di riconciliazione con i cristiani che non riconoscono il ministero petrino possa fare molti passi avanti.

Ma se c’è una sola rivelazione sovrannaturale e questa è custodita nella sua interezza solo dalla chiesa romana, è logico che il magistero debba denunciare le possibili interpretazioni erronee del messaggio proposte dagli stessi teologi cattolici. E infatti l’ultimo quarto di secolo è stato caratterizzato da una costante repressione nei confronti di centinaia e centinaia di teologi – censurati, privati della cattedra, ridotti al silenzio – al punto che la libera ricerca teologica nel mondo cattolico è ormai quasi inesistente e gli studiosi appaiono spesso semplici ripetitori del verbo vaticano.

E tutto questo è avvenuto proprio ad opera dell’ex Sant’Uffizio guidato dall’attuale pontefice e nel silenzio dei media affascinati dal carisma di Giovanni Paolo II, presentato all’opinione pubblica come un grande innovatore mentre in realtà stava solo ripetendo l’operazione compiuta quasi un secolo prima da Pio X. Proprio nel 1907 veniva infatti pubblicata la Pascendi dominici gregis con cui si dava vita a una vera e propria caccia alle streghe nei confronti dei teologi che avevano proposto un rinnovamento della teologia tradizionale e che venivano bollati come ‘modernisti’: in tale enciclica, riferendosi ai maestri dei Seminari e delle Università cattoliche, il papa ordinava che “Chiunque in alcun modo sia infetto di modernismo, senza riguardi di sorta si tenga lontano dall'ufficio così di reggere e così d'insegnare: se già si trovi con tale incarico, ne sia rimosso. Parimente si faccia con chiunque o in segreto o apertamente favorisce il modernismo, sia lodando modernisti, sia attenuando la loro colpa, sia criticando la Scolastica, i Padri, il Magistero ecclesiastico, sia ricusando obbedienza alla potestà ecclesiastica”.

Chi legge l’enciclica di Pio X resta stupito della sua attualità, perché le formule usate dagli ultimi due papi sono diverse da quelle della Pascendi solo per lo stile ma identiche quanto alla sostanza. Sarebbe imperdonabile ingenuità, infatti, vedere in Benedetto XVI un difensore della ragione: egli non ne rivendica certo l’autonomia quando sostiene che “Per la filosofia e, in modo diverso, per la teologia, l'ascoltare le grandi esperienze e convinzioni delle tradizioni religiose dell'umanità, specialmente quella della fede cristiana, costituisce una fonte di conoscenza”(Lectio magistralis tenuta a Regensburg il 12 settembre 2006).

Con queste parole garbate, in realtà il papa sta riaffermando la necessità di subordinare la ragione alla fede, anche se non può permettersi, come ancora poteva fare Pio X accusando gli studiosi del primo Novecento di sottoporre la tradizione teologica alla critica razionale, di citare le espressioni poco diplomatiche di un pontefice medievale: ai modernisti “può applicarsi ciò che l'altro Nostro Predecessore Gregorio IX scriveva di taluni teologi del suo tempo: "Alcuni fra voi, gonfi come otri dello spirito di vanità, si sforzano con novità profana di valicare i termini segnati dai Padri; piegando alla dottrina filosofica dei razionali l'intelligenza delle pagine Celesti, non per profitto degli uditori ma per far pompa di scienza... Questi sedotti da dottrine diverse e peregrine, tramutano in coda il capo e costringono la regina a servire all'ancella"(Lettera ai maestri di Teologia di Parigi, 7 luglio 1223)”(Pascendi).

E la Dominus Jesus usa un tono pacato per ribadire la convinzione che la chiesa cattolica custodisce e ha “il compito di proclamare il Vangelo, come pienezza della verità”(n 5), certezza espressa con più evidente arroganza da Pio X: “il Nostro Predecessore Gregorio XVI a buon diritto scriveva (Lett. Enc. "Singulari Nos", 25 giugno 1834): <È grandemente da piangere nel vedere fin dove si profondino i deliramenti dell'umana ragione, quando taluno corra dietro alle novità, e, contro l'avviso dell'Apostolo, si adoperi di saper più che saper non convenga, e confidando troppo in se stesso, pensi dover cercare la verità fuori della Chiesa cattolica, in cui, senza imbratto di pur lievissimo errore, essa si trova>”(Pascendi).

Benedetto XVI, poi, chiede che i laici siano totalmente sottomessi alle direttive pontificie, privandoli di quell’autonomia che il Concilio aveva riconosciuto loro per quanto riguarda l’applicazione dei principi morali al campo delle concrete scelte politiche. Nella Esortazione apostolica post-sinodale Christifideles laici del 1988, anche Giovanni Paolo II aveva ribadito che “E' diritto e dovere dei pastori proporre i principi morali anche sull'ordine sociale”(n 60), che “nessun carisma dispensa dal riferimento e dalla sottomissione ai Pastori della Chiesa.”(n 24) e che “Educatrice è, anzi tutto, la Chiesa universale, nella quale il Papa svolge il ruolo di primo formatore dei fedeli laici. A lui, come successore di Pietro, spetta il ministero di «confermare nella fede i fratelli», insegnando a tutti i credenti i contenuti essenziali della vocazione e missione cristiana ed ecclesiale. Non solo la sua parola diretta, ma anche la sua parola veicolata dai documenti dei vari Dicasteri della Santa Sede chiede l'ascolto docile e amoroso dei fedeli laici”(n 61).

Anche in questo caso solo lo stile differisce da quello di Pio X, che negava nel modo più risoluto la pretesa di autonomia del laicato, condannando l’opinione secondo la quale “il cattolico, perché insieme cittadino, ha diritto e dovere, non curandosi dell'autorità della Chiesa, dei suoi desiderî, consigli e comandi, sprezzate altres^ le sue riprensioni, di far quello che giudicherà espediente al bene della patria. Voler imporre al cittadino una linea di condotta sotto qualsiasi pretesto [sarebbe perciò] un vero abuso di potere ecclesiastico da respingersi con ogni sforzo”(Pascendi).

***

Chiusa la parentesi conciliare, la chiesa del 2007 sembra dunque attestata sulle posizioni di quella del 1907, con grave sconcerto degli specialisti di esegesi biblica, di storia dei dogmi, di storia della chiesa… che vedono ancora ignorate dal magistero tesi ormai da tempo acquisite a livello scientifico. La lotta contro il relativismo, in effetti, non è che la vecchia battaglia contro la modernità, il pluralismo e la laicità dello stato. Nel breve periodo, almeno in Italia, la strategia vaticana sembra coronata dal successo: la chiesa romana ha una grande influenza sulla società italiana, non perché sia in atto una rinascita dello spirito religioso ma perché i partiti conservatori, come già in passato, anche oggi ricercano il suo appoggio, presentandosi come difensori della tradizione, mentre le forze progressiste esitano a respingere con fermezza le ingerenze vaticane nella speranza di raccattare qualche voto.

E la gerarchia si vanta del prestigio di cui gode come se ciò risultasse vantaggioso per la causa del vangelo, respingendo come già Pio X le critiche di coloro che “vogliono ammonita la Chiesa che, poiché il fine della potestà ecclesiastica è tutto spirituale, disdice ogni esterno apparato di magnificenza con che essa si circonda agli occhi delle moltitudini. Nel che non riflettono che se la religione è essenzialmente spirituale non è tuttavia ristretta al solo spirito; e che l'onore tributato all'autorità ridonda su Gesù Cristo che ne fu istitutore”(Pascendi).

Per la verità, Gesù non ha ottenuto un grande consenso nel corso della sua vita, specialmente da parte delle classi dirigenti, sicché gli onori tributati alla chiesa dovrebbero piuttosto insospettire, come ricordava il cardinale Newman: “quando in un dato Paese e in un dato momento della storia gli applausi piovono, la religione è onorata da tutti e Dio come la Chiesa hanno un grande successo, ogni spirito prudente e veramente ispirato dalla fede sarà non già tranquillo ma inquieto, temendo che sia qualche specie di idolo che si adora al posto del vero Dio e che sia qualche deformazione della religione ad avere un tale successo”(John Henry Newman, Pensées sur l'Église, Editions du cerf, Paris 1956, p 26).

Forse sarebbe bene chiedersi se queste parole, dopo circa un secolo e mezzo, non siano ancora attuali e se la chiesa romana, pur così visibile sulla scena pubblica grazie all’abilità con cui si inserisce nel gioco politico, non stia compromettendo la trasparenza e l’efficacia della propria testimonianza evangelica.


(24-9-2007)



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POLITICA
Il liberismo è di sinistra?
3 ottobre 2007
Il liberismo è di sinistra, di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi.

Quarta di copertina:
<<Il merito, non il censo.
Il libero mercato, non le lobby.
I diritti del cittadino, non lo spreco di denaro pubblico.
Senza meritocrazia le professioni
si tramandano ai figli come titoli
nobiliari, senza concorrenza
il consumatore è ricattato dai
grandi monopoli, senza controlli
i "fannulloni" continuano a gravare
sulle tasche dei contribuenti.
Chi è davvero di sinistra?
Chi difende le categorie
più deboli o chi conserva questo
stato di cose?>>

Così, a naso, direi: "la prima che hai detto".
POLITICA
Citazioni/1
2 ottobre 2007

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POLITICA
Bestialità sulla fecondazione assistita
1 ottobre 2007
Da Karl Kraus, linko un illuminante post sui commenti relativi alla sentenza del Tribunale di Cagliari.
Da non perdere.

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POLITICA
Chi me la spiega questa?
30 settembre 2007
"Al di sopra del papa, come espressione della pretesa vincolante dell’autorità ecclesiastica, resta comunque la coscienza di ciascuno, che deve essere obbedita (...), se necessario anche contro le richieste dell’autorità ecclesiastica"
(J. Ratzinger).

La trovate QUI

Deve soffrire di amnesie, però.

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POLITICA
“La Chiesa non preferisce e non respinge nessuna forma di governo” (Paolo VI, 2.7.1963)
29 settembre 2007

Diecimila persone scendono in piazza a rischio della vita, in difesa della libertà e dei monaci buddisti, contro un regime violento e oppressivo. Quei diecimila sono laici che denunciano gli atti violenti dei militari, militari che hanno compiuto raid nei monasteri, arrestato centinaia di monaci, che hanno torturato e ucciso, anche a bastonate.

Lì, in quelle piazze, in quelle strade e in quei templi, come scrive MALVINO, non troverete certo i cattolici, a “pigliarsi randellate e pallottole”, loro più saggiamente, con le dittature preferiscono sottoscrivere concordati.

La Chiesa non preferisce e non respinge nessuna forma di governo” (Paolo VI, 2.7.1963)

POLITICA
A proposito di caste.
28 settembre 2007
Da repubblica.it "Quanto ci costa la Chiesa"

Faccio un riepilogo di quanto calcolato nell'articolo, “con [...] prudenza e realismo”:


  • Otto per mille: 1.000.000.000 di euro
  • Stipendi per i 22.000 insegnanti di religione: 650.000.000. Secondo il cattolico Messori trattasi di “un vecchio relitto concordatario che sarebbe da abolire”
  • Contributi dello Stato e degli enti locali per le convenzioni su scuola e sanità: 700.000.000
  • Finanziamenti ai grandi eventi (Giubileo, raduno di Loreto, ecc): per il primo 3.500 miliardi di lire, per il secondo 2.500.000 di euro, per una media annua nell'ultimo decennio di 250.000.000 di euro

Questi i contributi diretti.


Vantaggi fiscali.

  • Tra i 400 e i 700 milioni di euro di mancato di mancato incasso dell'Ici (Stime dell'associazione dei comuni)
  • 500.000.000 di euro di esenzioni Irap, Ires ed altre imposte
  • 600.000.000 di euro di elusione fiscale legata al mondo del turismo cattolico


Il totale di questo calcolo prudenziale si aggira intorno ai 4.000.000.000 di euro, una mezza finanziaria.

Scrive Curzio Maltese: “La Chiesa cattolica, non eletta dal popolo e non sottoposta al vincoli democratici, costa agli italiani come il sistema politico.”

La Cei attraverso un meccanismo evidentemente studiato a tavolino per favorire lo Stato del Vaticano, si prende quasi il 90% del totale dell'otto per mille. Ma la Chiesa spendendo per il sociale restituirebbe in buona parte quanto incassato dalle tasche degli italiani. Così dicono.

Questi argomenti sono veri, ma “quanto”, si domanda Maltese.

Fonte dei dati: Cei.

  • Su 5 euro versati dai contribuenti, la Conferenza episcopale dichiara di spenderne 1 per interventi di carità in Italia e all'estero, gli atri 4 servono per l'autofinanziamento:
  • stipendi per i 39.000 sacerdoti
  • esigenze di culto
  • spese di catechesi
  • attività finanziarie e immobiliari


Per il resto andate sul link. :)

Orsù, mettete mano al portafogli, date un obolo per la Chiesa dei poveri!

POLITICA
Anestesista: dimostrato che Giovanni Paolo II rifiuto' cure salvavita
27 settembre 2007
Da www.aduc.it

'Un'analisi delle condizioni di salute di Giovanni Paolo II nelle ultime settimane della sua esistenza dimostra che non gli sono state praticate alcune cure che avrebbero potuto tenerlo in vita ancora a lungo. Il vecchio papa le ha rifiutate perche' le considerava troppo gravose. Per lui sta per iniziare il processo di canonizzazione, a Piergiorgio Welby sono stati rifiutati i funerali'.

Cosi' l'anestesista, Lina Pavanelli, sulle pagine di Micromega. E questa mattina il medico e' intervenuto ad una conferenza stampa, organizzata alla rivista, insieme a Mina Welby, al teologo Giovanni Franzoni e al direttore della rivista Paolo Flores d'Arcais. Per l'anestesista 'il trattamento medico ricevuto da papa Wojtyla nelle ultime settimane di vita costituisce, secondo i criteri stabiliti dalla Chiesa cattolica, un vero e proprio atto di eutanasia'.


Solo Giovanni Paolo II, nell'ultima fase della sua malattia, e' il parere del medico, puo' aver detto no alla nutrizione artificiale, non e' possibile infatti ipotizzare che un team di medici del livello di quelli che lo hanno seguito non l'abbiano proposta al paziente'. Il principio da cui si parte e' che i protocolli che indicano quando introdurre la nutrizione artificiale sono molto chiari e nel caso del Pontefice non solo era arrivato il momento, ma ad un certo punto sarebbe stato necessario nutrirlo artificialmente, 'Ci deve essere stato un periodo in cui non e' stato alimentato abbastanza'.
'Solo la sua autodeterminazione al rifiuto del trattamento puo' spiegare il comportamento dell'equipe medica'. Perche' se cosi' non fosse, arriva dritta al punto l'anestesista 'si dovrebbero denunciare quei medici perche' hanno accorciato la vita del paziente introducendo il sondino gastrico troppo tardi: due giorni prima che morisse. In quelle condizioni per l'etica cattolica e' un atto di eutanasia'.

'Il trattamento dell'alimentazione artificiale -interviene Flores d'Arcais- e' obbligatorio nelle forme efficaci ed e' stato demandato alla scienza medica stabilire quale siano le forme efficaci( e' stato stabilito che e' il sondino attraverso l'addome), ma ci deve essere un consenso del paziente'. Ora la conclusione del direttore di Micromega e' che 'A meno che 11 clinici non abbiano violato non solo l'etica medica (evitando il consenso), ma anche il codice penale, il sondino non e' stato messo perche' rifiutato dal paziente'.
'Il sondino gastrico -ha ricordato Pavanelli- e' stato inserito a Papa Wojtyla nel pomeriggio del 30 marzo, due giorni dopo e' morto. Questa e' la versione confermata anche dal professor Renato Buzzonetti, medico personale di Wojtyla'.
'E' noto che il sondino tramite parete gastrica e' efficace se inserito in tempo altrimenti non si riesce a recuperare il peso perso'. Nell'ultima apparizione (30 marzo) il papa appariva dimagrito, insiste la dottoressa Pavanelli, e gia' 'il 3 febbraio 2005 il portavoce Navarro Valls afferma che il paziente si alimenta regolarmente e che sono da escludere possibilita' di alimentazione alternativa di un tipo o dell'altro. In quel momento Navarro Valls ci segnala che il papa messo al corrente del sondino gastrico ha rifiutato'.


'Il dato singolare -si legge nel saggio di Pavanelli- e' l'aver fornito una simile informazione in un momento in cui le condizioni nutrizionali erano ancora discrete: cio' lascia intendere che qualcuno, nello staff medico, doveva aver posto il problema.
Tuttavia, per il momento, esso non veniva affrontato e sarebbe rimasto irrisolto per sempre'. Lo stesso medico Buzzonetti scrive in un libro, come riferisce la dottoressa, che gia' in quel periodo 'la lenta ripresa delle condizioni generali era resa difficile dalla deglutizione molto difficoltosa, dalla fonazione assai stentata, dal deficit nutrizionale e dalla notevole astenia'.
Il parere della dottoressa Pavanelli e' che 'i medici non sono riusciti a convincerlo ad accettare la nutrizione in tempo utile'.

'Da quanto si deduce dal libro di Renato Buzzonetti, il medico di Papa Wojtyla, credo che al pontefice sia mancato anche l'aspetto ventilatorio'. Cosi' Mario Riccio, l'anestesista di Cremona che aiuto' il vice presidente dell'associazione Coscioni, Piergiorgio Welby, nel distacco del ventilatore, commenta le conclusioni di Micromega su gli ultimi giorni di Karol Wojtyla.

'In genere la tracheostomia serve a collegare il respiratore. Il papa fu tracheostomizzato a fine febbraio (24 ndr), ma non fu ventilato come avviene di solito con i malati di Parkinson quando perdono la capacita' di deglutire'. 'Come ho avuto modo di riferire al Gip La Viola in gennaio il caso del Papa e quello Di Bella sono stati esempi di sospensione delle terapie ma nessuno e' intervenuto'. Secondo l'anestesista sicuramente nel caso del pontefice si e' trattato di un'autodeterminazione, 'ma nell'etica della chiesa si tratta di eutanasia passiva'. 'Siamo di fronte alla doppia morale tipica dell'ambiente confessionale, come quando a difendere la famiglia scende in campo chi ne ha piu' di una'.

'Perche' l'ultimo giorno e' stato messo il sondino per la nutrizione al Papa, se lui lo aveva rifiutato?'. E' questa la domanda che la moglie di Piergiorgio Welby, Mina, ha posto nel corso della conferenza organizzata questa mattina da Micromega sul trattamento terapeutico ricevuto da papa Wojtyla negli ultimi giorni di vita.
'Dai commenti sulla non possibilita' di poter rifiutare nel testamento biologico la nutrizione e l'idratazione artificiale, posso dedurre che il Papa non abbia piu' avuto la capacita' di opporsi'. Mina Welby si chiede inoltre 'se sia giusto che una religione possa imporre alla Scienza dettami etici e morali'.

'Il Vaticano, dichiarando che il paziente non puo' decidere di interrompere l'alimentazione, la respirazione e l'idratazione artificiali lancia, di fatto, un boomerang contro se stesso'. Cosi', in una nota, Rocco Berardo vice segretario Associazione Coscioni che aggiunge: 'Cio' che e' avvenuto in occasione della morte di papa Wojtyla e' la rappresentazione esatta di quanto il Vaticano si ostina a negare ai malati: il diritto di rifiutare un trattamento medico. Come Piergiorgio Welby, che scrisse il suo 'Lasciatemi morire', cosi' Karol Wojtyla chiese ai suoi medici 'lasciatemi tornare alla Casa del Padre''. 'Il Vaticano, - prosegue Berardo - dunque, nella sua smania di proibire tutto, finisce per vietare anche gli stessi comportamenti di cui si sono resi protagonisti i suoi piu' autorevoli esponenti. La distorsione della politica italiana sta proprio in questo: dover fare i conti con le affermazioni di uno 'stato estero confessionale' piuttosto che con la ragionevolezza e la volonta' popolare'.


POLITICA
Il giudice dice sì alla diagnosi preimpianto.
25 settembre 2007
Da Espresso local

Alessandra Sallemi
Una sentenza del tribunale supera i divieti della legge sulla fecondazione
 
CAGLIARI. Cagliari è l'unica città d'Italia dove una donna può ottenere la diagnosi sull'embrione fecondato in vitro prima che questo venga impiantato nell'utero materno. E' la conseguenza della sentenza del tribunale di Cagliari sull'istanza presentata da una microcitemica (rappresentata dall'avvocato Luigi Concas). Il giudice (Maria Grazia Cabitza) ha riconosciuto il diritto della donna a sapere se il feto è malato contro l'interpretazione finora corrente della controversa legge 40.
 La possibilità per ora riguarda soltanto le coppie infertili e non quelle fertili portatrici di talassemia. Ma la porta è stata aperta dalla sentenza di Cagliari (che ricalca anche la richiesta del pubblico ministero Mario Marchetti): nelle motivazioni del dispositivo si affaccia un principio destinato a suggerire nuove azioni alle donne decise a difendersi da una legge molto discussa. E' il principio dell'uguaglianza fra le donne le quali tutte, infertili e no, devono essere messe nelle condizioni di sapere se potranno avere un figlio sano. Per sgombrare il campo dagli equivoci: la considerazione non nasce da ispirazioni eugenetiche, bensì dal diritto alla salute fisica e mentale della donna ribadito dalla Corte Costituzionale e che deve prevalere sul diritto di colui che non è ancora persona, vale a dire il feto.

E' la stessa logica della legge 194, che vale per un feto fino a cinque mesi, ma, secondo la legge 40, non può valere per un embrione.
Una vera assurdità.

Una contraddizione messa in luce con toni accesi dai ginecologi di tutta Italia, Monni in testa: «Perché la diagnosi prenatale si poteva e si può fare e quella preimpianto no? La signora l'aveva chiesta con forza perché voleva evitare che le accadesse quel che aveva dovuto soffrire in occasione di una precedente gravidanza conclusa con l'aborto terapeutico perché prostrata psicologicamente dall'idea di partorire un bambino malato di talassemia. Io - ricorda Monni - non le feci la diagnosi preimpianto perché rischiavo, tra le altre cose, la chiusura del reparto. L'embrione fu congelato».

...la diagnosi preimpianto può essere fatta solo sulle coppie che non possono avere figli per le vie naturali perché la fecondazione in vitro è concessa soltanto a queste. Una coppia portatrice di talassemia che sia fertile, secondo la legge 40 deve concepire un figlio e poi eventualmente abortirlo.

Abortire si può, selezionare un embrione di pochi giorni, no!
Una legge da cambiare.

POLITICA
Veltroni: no ad alleanze etereogenee.
24 settembre 2007
Da ilgiornale.it

Assisi - Basta con le alleanze "vastissime ed eterogenee". Se Piero Fassino ha scelto la strada della minacce delle elezioni anticipate in caso di caduta del governo Prodi per tagliare l'erba sotto i piedi di chi immagina nuovi governi e nuove maggioranze, il leader in pectore del Partito Democratico Walter Veltroni, invece, sposta il discorso alla prossima campagna elettorale. Veltroni, intervenendo al convegno di Assisi dei cristiano-sociali, dice che la prossima volta il centrosinistra non dovrà presentarsi senza una proposta chiara e comprensibile.

Secondo Veltroni, infatti, c'é un solo modo per fermare l'ondata di risentimento anti-politico che aumenta di giorno in giorno e che ha trovato in Beppe Grillo il suo araldo. "Dobbiamo capovolgere lo schema che ha sin qui retto il bipolarismo italiano: alleanze vastissime ed eterogenee, costruite per battere l'avversario, ma poi incapace di governare, inadatte ad affrontare i problemi dell'Italia". Un' analisi che può essere letta come una minaccia ai settori più riottosi della coalizione, di volta in volta i "duri e puri" della sinistra o i centristi corteggiati da Berlusconi. A tutti costoro Veltroni fa intendere che il Partito Demcratica ci penserà due volte prima di dar vita a un'alleanza pronta a sfilacciarsi alla prima occasione. E fa balenare la prospettiva di quelle "alleanze di nuovo conio" prospettate giorni fa da Francesco Rutelli.


Era ora!

Era ora che qualcuno lo dicesse chiaramente: non si può continuare così, con maggioranze sempre traballanti perché troppo eterogenee, sempre in balia del bisogno di visibilità dei partiti dello zero virgola, o giù di lì, basta con programmi fatti per risolvere i problemi di tutti, tranne quelli dei cittadini.

E' un'opinione che sostengo da sempre, sin dal primo governo Prodi, quando cadde per i dissensi con Rifondazione Comunista, confermata nella sua validità dalla crisi di questo esecutivo che ha avuto come protagonisti, sempre gli stessi interpreti.

E' necessario fare chiarezza, nelle posizioni, quindi nei programmi.

La cosiddetta sinistra radicale è incompatibile con il programma della coalizione di csx, questo fatto non può che portare ad un divorzio inevitabile tra le componente riformista e quella massimalista.

Presentarsi alle elezioni separati farà bene non solo alla coerenza programmatica delle diverse alleanze, ma anche alla democrazia, riconsegnando agli elettori una più effettiva possibilità di scelta, oltre a consentire una più facile applicazione dei rispettivi programmi.

Indubbiamente, se il PD seguirà le indicazioni del suo probabile leader, fino in fondo, è praticamente certo che le prossime elezioni saranno vinte dal cdx , anche se non è certo del tutto, visto e considerato che una parte dell'elettorato cosiddetto “moderato”, potrebbe sentirsi più libero di votare una coalizione senza partiti comunisti al suo interno.

Quale che sia l'esito della futura competizione elettorale, se il PD si presenterà da solo alle elezioni, contribuirà forse in modo decisivo al rafforzamento dell'ala riformista della coalizione di cdx, creando i presupposti di un bipolarismo più efficiente e maturo.

Tutto sta a vedere se Veltroni a queste sue parole, riuscirà a far seguire i fatti.

Io, non lo credo.

POLITICA
Materialismo clericale.
23 settembre 2007
Da vatican.va.

Primo quesito: È moralmente obbligatoria la somministrazione di cibo e acqua (per vie naturali oppure artificiali) al paziente in “stato vegetativo”, a meno che questi alimenti non possano essere assimilati dal corpo del paziente oppure non gli possano essere somministrati senza causare un rilevante disagio fisico?

Risposta: Sì. La somministrazione di cibo e acqua, anche per vie artificiali, è in linea di principio un mezzo ordinario e proporzionato di conservazione della vita. Essa è quindi obbligatoria, nella misura in cui e fino a quando dimostra di raggiungere la sua finalità propria, che consiste nel procurare l’idratazione e il nutrimento del paziente. In tal modo si evitano le sofferenze e la morte dovute all’inanizione e alla disidratazione.


Secondo quesito: Se il nutrimento e l’idratazione vengono forniti per vie artificiali a un paziente in “stato vegetativo permanente”, possono essere interrotti quando medici competenti giudicano con certezza morale che il paziente non recupererà mai la coscienza?

Risposta: No. Un paziente in “stato vegetativo permanente” è una persona, con la sua dignità umana fondamentale, alla quale sono perciò dovute le cure ordinarie e proporzionate, che comprendono, in linea di principio, la somministrazione di acqua e cibo, anche per vie artificiali.


In base a questi elevatissimi principi morali, una persona che si trovi in uno stato vegetativo permanente e che abbia precedentemente manifestato la volontà di non essere alimentato in alcun modo, dovrebbe obbligatoriamente subire, contro la sua volontà, i seguenti interventi (riprendo da Inyqua, che è un medico):

<<Riassumo brevemente: nei primi tempi si introduce un cosiddetto sondino-naso gastrico in materiale di silicone. Tale sondino viene introdotto attraverso il naso e ha una lunghezza di circa 1 metro. Richiede numerose accortezze nell'inserimento (è una manovra infermieristica) e nella manutenzione (lavaggi frequenti, continuo controllo del corretto posizionamento e pervietà). Può essere tenuto in sito solo per un periodo limitato di tempo per non dare problematiche di decubito all'esofago o allo stomaco. Passato questo periodo di tempo è meglio provvedere alla nutrizione del paziente con una cosiddetta PEG (Gastrostomia Endoscopica Percutanea), tecnica che risale al 1979, che è una metodica chirurgica (qui

trovate un esempio di cosa sia necessario per applicarla), quindi invasiva e che quindi deve richiedere, come tutte le manovre invasive, un consenso del paziente.>>


Già constatare che qualcuno voglia per legge, e in nome del proprio dio, conculcare i diritti e le libertà delle persone, è qualcosa di avvilente e inaccetabile.

Ma se a ciò si aggiunge la pretesa arrogante del monopolio delle verità etiche e morali, la situazione diviene insostenibile, soprattutto quando ci si soffermi su un aspetto che appare, a chi voglia tentare di esercitare la ragione, quantomai paradossale.


I desideri e i bisogni, le speranze, il vissuto e l'etica individuale, che concorrono nel loro insieme alla formazione della libera volontà, sono nulla, difronte alla salvezza del corpo. Come se l'idea di “persona” possa essere identificata, riduttivamente, con la sua materialità fatta di carne ed ossa. Parlano di “Persona”, ma pensano al corpo, alla cellula, all'ovocita, all'embrione, mai alle persone per davvero e per intero.

Ci si appella al rispetto della dignità della persona umana, quando con grande disinvoltura e protervia si mostra indifferenza o disprezzo, per un aspetto fondamentale di una vita che voglia dirsi ed essere, pienamente umana: la libertà.

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