Della "Vita" ne fanno un feticcio.
Apparentemente chi difende la Vita come valore assoluto, è colmo di amore per la vita, quella con l'iniziale minuscola, quella degli uomini e delle donne in carne ed ossa.
Sembrerebbe amore per l'individuo, per la persona concreta.
Sembrerebbe, appunto.
Quando un ammalato nelle condizioni di Welby chiede di farla finita è la vita stessa che parla, perché quella decisione, che cos'è se non la volontà di un uomo in carne ed ossa, di una vita sofferente?
Perché allora contrapporgli la sacralità della Vita, un'astrazione, a scapito della sua vita reale:
<<La giornata inizia con l'allarme del ventilatore polmonare mentre viene cambiato il filtro umidificatore e il catheter mounth, trascorre con il sottofondo della radio, tra frequenti aspirazioni delle secrezioni tracheali, monitoraggio dei parametri ossimetrici, pulizie personali, medicazioni, bevute di pulmocare. Una volta mi alzavo al più tardi alle dieci e mi mettevo a scrivere sul pc. Ora la mia patologia, la distrofia muscolare, si è talmente aggravata da non consentirmi di compiere movimenti, il mio equilibrio fisico è diventato molto precario . A mezzogiorno con l’aiuto di mia moglie e di un assistente mi alzo, ma sempre più spesso riesco a malapena a star seduto senza aprire il computer perchè sento una stanchezza mortale. Mi costringo sulla sedia per assumere almeno per un’ora una posizione differente di quella supina a letto. Tornato a letto, a volte, mi assopisco, ma mi risveglio spaventato, sudato e più stanco di prima. Allora faccio accendere la radio ma la ascolto distrattamente. Non riesco a concentrarmi perché penso sempre a come mettere fine a questa vita. Verso le sei faccio un altro sforzo a mettermi seduto, con l’aiuto di mia moglie Mina e mio nipote Simone. Ogni giorno vado peggio, sempre più debole e stanco. Dopo circa un’ora mi accompagnano a letto. Guardo la tv, aspettando che arrivi l’ora della compressa del Tavor per addormentarmi e non sentire più nulla e nella speranza di non svegliarmi la mattina . >>
Questa è la sua vita: è sacro il ventilatore polmonare? Lo è forse il suo filtro umidificatore? Oppure lo sono le aspirazioni delle secrezioni tracheali? Se la sua vita personale fosse sacra davvero, la sua volontà sarebbe rispettata, in realtà di sacro nel diniego c'è solo l'idea della Vita, non la vita, non la vita di Piergiorgio Welby; la sua volontà infatti, è la sua vita.
“Assoluto” nel linguaggio comune e non, fa riferimento all'incondizionato, a ciò che “è” indipendentemente dalle circostanze e dal tipo di relazione con la pluralità degli altri enti. “E'” in se, non in altro.
Nel mondo reale ciò che “è”, è tale, sempre in relazione ad un parametro, sempre per comparazione.
E' solo per astrazione che si giunge a concepire l'assoluto, non lo si trova infatti nel mondo del sensibile, delle nostre percezioni ed esperienze.
Concepire la vita come valore assoluto, significa non considerare la vita reale, anzi ne indica quasi simbolicamente e per contrapposizione, la svalutazione, proprio perché al contrario delle astrazioni noi siamo condizionati e condizionanti, siamo, ci troviamo, in una rete intricata e complessa di relazioni, che rende impossibile trovare risposte semplici e valide, in ogni circostanza.
La nostra realtà è fatta di accidenti, variabilità e contraddittorietà, non di essenze immutabili ed eterne. Non siamo nel mondo platonico delle idee, noi siamo emozioni, sensazioni e pensiero, dominati dal nostro essere dialetticamente carne e spirito, aspetti imprenscindibili di ogni nostra manifestazione. Non siamo un'astrazione.
L'affermazione del valore assoluto della vita è negatrice della vita reale, negatrice della sua diversità, del suo polimorfismo.
Adorare un'astrazione della vita e dell'uomo, farne un feticcio, ci rende inumani e insensibili, ci si innamora dell'”idea”dell'uomo, invece dell'uomo in carne ed ossa.
Come disse qualcuno, noi conosciamo i “cavalli”, non la “cavallinità”.