LA NATURA E L'ETICA.
[...] Il fico fa parte dell'arredo degli insediamenti urbani da tempo immemorabile, e figura in innumerevoli leggende e saghe. Di recente si è scoperto che forse la coltivazione delle piante di fico è stato uno dei primi successi dell'uomo all'alba dell'agricoltura, un evento anteriore anche alla coltivazione dei cereali che si pensava avesse inaugurato questa nuova era dell'umanità.
Un gruppo di ricercatori israeliani, guidati da Mordechai E. Kislev, ha analizzato alcuni frutti di fico risalenti a più di 11000 anni fa e conservati nella valle del Giordano. L'analisi, pubblicata su <<Science>>, ha dimostrato che quei fichi hanno già un certo numero di caratteristiche tipiche del fico da noi coltivato e diverse da quelle dell'albero di fico che cresce spontaneamente. L'albero di fico che noi conosciamo ha frutti voluminosi, carnosi e dolci che ci sono famigliari perché è portatore di un certo numero di mutazioni genetiche che sono assenti nella sua versione spontanea. Queste mutazioni hanno reso progressivamente sterile la pianta perché in essa l'ovario si trasforma nel frutto polposo che noi conosciamo, invece di essere fecondato e dare luogo alla produzione di semi. Queste varietà non potrebbero attecchire in natura perché non hanno modo di riprodursi , ma l'uomo ha imparato a coltivarle semplicemente piantandone nel terreno dei rami recisi dai quali nasceranno a suo tempo altrettanti alberi, facendone cioè una talea.
Le mutazioni sono certamente insorte in modo spontaneo, ma l'uomo ha saputo coglierne il significato, e ha inventato per il fico ormai sterile lo stratagemma della propagazione per talea. [...]
Di recente ci sono state notevoli scoperte anche per i principali cereali coltivati: grano, mais, riso. Negli ultimi dieci anni sono state individuate e studiate un certo numero di mutazioni in specifici geni che distinguono le varietà coltivate da quelle ritenute le piante progenitrici. Nel grano e nel riso, per esempio, è dovuta cambiare la permanenza dei semi nella spiga: se si staccassero facilmente e venissero <<sparati via>> dalla pianta per aumentare l'efficienza della disseminazione come succede nelle piante che crescono spontanee, l'uomo avrebbe avuto ben poco da raccogliere e mangiare. [...]
(Le Scienze di settembre 2006, I primi frutti della civiltà, Edoardo Boncinelli)
Lo lessi una trentina d'anni fa.
Con le pagine ingiallite, le sottolineature e le note a piè di pagina dal tratto quasi infantile, la fodera lacerata qua e là, me lo ritrovo impolverato tra volumi ormai dimenticati.
Intendiamoci, non è un capolavoro, non è l'opera magna di J.S. Mill, non è un testo che abbia lasciato il segno nel pensiero moderno. E' anzi un'opera minore, ma lucida ed “illuminista”, di un rigore logico e intellettuale che sembra latitare, di questi tempi.
Nei “ Saggi sulla religione ” il filosofo, tra l'altro, si occupa del concetto di “Natura”, termine che << [ha] sempre avuto in ogni epoca grande importanza per il pensiero, ed [ha] esercitato una forte presa sui sentimenti dell'umanità>>
La natura, per J.S.Mill , è il complesso, l'insieme, di tutte le proprietà di tutte le cose, proprietà che pur variando al variare delle circostanze, restano comunque le stesse nelle medesime condizioni, dando luogo a regolarità che possono essere descritte come leggi di natura.
Questa che può essere considerata una definizione scientifica di “Natura”, non consente in alcun modo quel che comunemente avviene: rende inconcepibile la contrapposizione tra “naturale” ed “artificiale”, tra ciò che è il prodotto dell'attività umana e quanto si produce spontaneamente.
<<Una nave sta a galla per le stesse leggi del peso specifico e dell'equilibrio che fanno galleggiare un albero sradicato dal vento e gettato nell'acqua>> , né la nave è stata costruita violando le leggi della fisica, ma, al contrario, rispettando le capacità di coesione e resistenza dei materiali, perché se così non fosse, cadrebbe in pezzi.
Insomma: possiamo usare una legge naturale contro l'altra, ma non ne possiamo violare nessuna.
Ma il comune concetto di natura, come è già stato detto, è del tutto diverso, infatti si intende solitamente per “naturale”, tutto ciò che accade o si realizza senza l'intervento umano. E se una qualsiasi cosa è considerata naturale, è per definizione, buona.
Ne consegue che l'uomo non dovrebbe far nulla, dalla medicina all'informatica, dallo studio della storia allo studio degli astri, dall'arte alla moda, tutto sarebbe da respingere come artificio che corrompe la naturale armonia dell'universo.
<<Se lo svolgimento naturale delle cose fosse perfettamente giusto e soddisfacente, l'agire in un modo qualunque sarebbe un'intromissione gratuita, che, non potendo rendere le cose migliori , le dovrebbe rendere peggiori.>>
Per convincersene basta vedere la pubblicità, sentire i discorsi delle persone comuni o dei politici; specialmente chi si ritiene “verde” pensa che sia suo compito precipuo difendere la natura dall'uomo, come se l'uomo, non ne facesse parte.
Una Natura, Buona, Onnipotente e vendicativa.
Questa concezione della natura tradisce la sua origine religiosa e si mostra per quel che è: un surrogato superstizioso della fede in Dio e nelle sue opere: il Creato non può non essere che buono, è l'uomo l'entità maligna che lo deturpa.
Convinzioni che sono refrattarie a qualsiasi confutazione: tsunami, terremoti, alluvioni e malattie, sono doni della Natura, ampiamente e generosamente concessi all'umanità, dalla notte dei tempi.
Eppure, quel che vale per Dio vale per la Natura .
Essa è innocente del Male che è nel mondo, come lo è il Dio dei credenti, nonostante l'evidenza e la logica.
<<Infatti, per quanto possa apparire una posposta offensiva per molte persone religiose, io affermo tuttavia che esse dovrebbero guardare coraggiosamente in faccia il fatto innegabile che l'ordine della natura, laddove non risulta modificato dall'uomo, è tale che nessun essere giusto e buono avrebbe potuto costruirlo..>>
Ciononostante, nelle trasmissioni televisive a carattere naturalistico, sovente si invita l'uomo a prendere esempio dalla natura in generale e dagli animali in particolare; la natura insegna, si dice.
La stessa chiesa cattolica difende il “diritto naturale”, la Natura è il metro, la misura di ciò che è buono, di ciò che l'uomo dovrebbe essere.
Però:
<< O è giusto dire che dovremmo uccidere perché la Natura uccide, torturare perché la Natura tortura, rovinare e devastare perché la Natura fa altrettanto; oppure, non dovremmo considerare per nulla ciò che la Natura fa, ma ciò che è bene fare . Se esiste una reductio ad absurdum, questa è certamente una. [...] Essendo il governo fisico del mondo pieno di cose che, se fatte dagli uomini, verrebbero giudicate le maggiori enormità, non può essere religioso o morale per noi il guidare le nostre azioni sull'analogia del corso della Natura .>>
E poi, passando più direttamente alle questioni etiche
L'omosessualità, così diffusa in natura, la poligamia, la monogamia o la poliandria sono da considerarsi “naturali” o “contro-natura”?
Il trapianto degli organi è naturale e l'eutanasia no?
Il sesso non finalizzato alla riproduzione è innaturale, mentre il celibato dei preti lo è?
La realtà è che i criteri di giudizio effettivamente utilizzati, non hanno nulla a che vedere con la distinzione tra ciò che è naturale e ciò che non lo è, anzi, semmai sono queste distinzioni a dipendere da Verità precostituite.
Ma è dura, in democrazia, dire “Dio non vuole” e pretendere obbedienza, meglio nascondersi dietro la Natura, il “diritto naturale” o l'”etica naturale”, esimendosi però dallo spiegare come passare, sul piano logico, “dall'essere al dover essere” * , questione irrisolta e, forse, irrisolvibile.
========================
* Esempio : dal fatto che nel mondo milioni di persone muoiano di fame, non ne discende sul piano logico, che tale situazione sia un male. Infatti non c'è contraddizione nel prendere atto del problema e ritenerlo un bene.
Probabilmente tutti riteniamo questo stato di cose un male, ma non è questo il punto.
Il problema è riuscire a giustificare logicamente, il passaggio dall'”essere” (fame nel mondo) al “dover essere” (il dovere di intervenire), per poter supportare la tesi che dalla natura (l'essere) si possano ricavare norme etiche (dover essere).